
La questione che coinvolge Israele e Iran si intensifica, con segnali di una prossima escalation militare. Nel febbraio scorso, le forze israeliane hanno condotto operazioni mirate contro circa 1.100 obiettivi ritenuti strategici. Queste azioni, che si distinguono in tre settori principali — i comandanti, le strutture missilistiche e gli impianti nucleari — hanno suscitato la risposta di Teheran, che ha lanciato 400 missili dai suoi 2000 potenziali, riporta Attuale.
Nelle prossime settimane, le autorità israeliane prevedono di continuare la loro “campagna offensiva”, mentre l’Iran ha promesso reazioni severe. Le fonti di intelligence hanno pubblicato immagini satellitari, analisi dettagliate e prospettive di un conflitto ampliato. Tuttavia, le perdite umane sia tra i militari che tra i civili stanno aumentando rapidamente.
I target
Secondo un articolo di Haaretz, Israele ha avviato i preparativi per l’operazione con un incontro tra 120 ufficiali, finalizzando un elenco di obiettivi temporanei. Sono state analizzate le difese nemiche e studiati i potenziali ostacoli, rivelando difficoltà nell’attaccare un avversario che aveva già subito danni da precedenti operazioni.
Nel mese di febbraio, Tel Aviv ha acquisito informazioni di intelligence cruciali, che hanno segnato un cambio significativo nell’approccio militare. Tuttavia, il giornale non specifica l’origine di tali dati, affermando soltanto che hanno permesso alla missione Rising Lion di avere slancio. L’IDF ha così formato una task force composta da 600 membri, creando una lista di target suddivisi in tre categorie: dirigenti, strutture missilistiche e impianti nucleari, lanciando altrettanto il lavoro sulle contromisure già in atto.
L’operazione è stata orchestrata dall’intelligence militare israeliana, in coordinamento con l’aviazione, mentre il Mossad ha attivato informatori per generare confusione nelle città o eseguire omicidi mirati.
L’attacco
I rapporti sui risultati sono variabili, ma secondo le ultime stime, Israele ha colpito oltre 1.100 obiettivi e distrutto circa 70 batterie anti-aeree, eliminando più di 200 lanciatori di missili. Le perdite tra gli alti ufficiali sono stimate in oltre cento, compresi 14 scienziati.
I danni ai siti nucleari di Natanz, Karaj, Isfahan e Teheran sono stati significativi, con molte centrifughe distrutte, come confermato dall’AIEA. Fordow, una base sotterranea, è rimasta illesa, dato il suo difficile accesso. Esperti suggeriscono che solo le super bombe GBU-57 statunitensi potrebbero colpirla efficacemente, mentre Tel Aviv sostiene di potere agire autonomamente.
Le valutazioni generali indicano che il programma nucleare iraniano non è seriamente compromesso, con conseguenze limitate dalle recenti azioni militari. Nonostante ciò, Netanyahu potrebbe soltanto rallentare il progresso nucleare iraniano, con dispute interne tra i servizi segreti su quanto gli ayatollah siano prossimi all’atomica.
Le operazioni israeliane hanno inflitto danni anche a basi e stabilimenti missilistici, mentre alcune strutture sotterranee sono state toccate solo superficialmente. L’IDF ha poi esteso le sue operazioni a ministeri, caserme e altri centri di comando delle forze di sicurezza.
La reazione
L’Iran, dal canto suo, ha utilizzato oltre 400 dei suoi missili e ha concentrato i suoi attacchi sulla parte centrale e settentrionale del paese. Alcuni missili hanno superato le difese israeliane, colpendo aree limitrofe al ministero della Difesa e altri siti strategici, mentre i droni kamikaze hanno avuto un impatto minimo a causa dell’intercettazione.
Osservatori indicano un’intensità ridotta dei lanci rispetto allo scorso anno, attribuendo questo rallentamento a problemi di coordinamento e alla strategia della “pazienza eroica”, in linea con le recenti affermazioni della Guida suprema Ali Khamenei, che escludono cedimenti.
Un ulteriore tema rilevante è il rapido esaurimento delle scorte di munizioni antimissile israeliane, in particolare gli intercettori Arrow, con la possibilità di rimanere a secco senza un’invio di rifornimenti dagli Stati Uniti. A tal proposito, il monitoraggio aereo ha segnalato un incremento nei voli cargo del Pentagono verso Israele, suggerendo l’invio di nuove riserve di armamento.