Cosa accadrà adesso

22.06.2025 11:35
Cosa accadrà adesso

La recente escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran: un’analisi approfondita

Il bombardamento su larga scala degli Stati Uniti contro tre importanti siti del programma nucleare iraniano, avvenuto nella notte fra sabato e domenica, arriva alla fine di dieci giorni di attacchi senza precedenti di Israele contro diversi siti del programma nucleare e missilistico iraniano. Questo periodo di tensione ha visto anche uccisioni mirate di scienziati e leader militari, e bombardamenti su strutture civili, accompagnati da ritorsioni sulle città israeliane da parte dell’Iran, riporta Attuale.

Negli ultimi giorni, il clima di incertezza è aumentato, rendendo difficile prevedere quali possano essere le prossime mosse delle diverse nazioni coinvolte. La risposta del regime islamista iraniano sarà fondamentale per determinare l’andamento delle tensioni nella regione.

Dopo l’attacco, vari leader iraniani hanno espresso posizioni molto dure e minacciose nei confronti sia degli Stati Uniti che di Israele. Tuttavia, tali dichiarazioni non possono essere considerate un indicatore preciso delle reali intenzioni del regime, poiché la retorica contro Israele e le potenze occidentali è una costante dal 1979. È piuttosto più utile fare riferimento a eventi passati, sebbene analoghi, per trarre considerazioni significative.

L’Iran potrebbe optare per una reazione che consenta di mantenere la faccia senza aggravare la situazione: attacchi a città israeliane oppure aggressioni contro navi commerciali occidentali in transito nel Mar Rosso, la cui parte è controllata dalle milizie yemenite degli Houthi, alleate dell’Iran.

Dopo l’eliminazione del generale iraniano Qassem Suleimani nel gennaio del 2020, l’Iran ha adottato un linguaggio infuocato, ma nonostante ciò ha bombardato alcune basi militari statunitensi in Iraq senza infliggere danni significativi. Si è detto che quell’azione fosse principalmente una forma di reazione di facciata, senza effetti reali sulla presenza statunitense in Medio Oriente.

In aggiunta, la situazione geopolitica attuale presenta un Iran in una posizione piuttosto fragile rispetto a tre anni fa: diversi alleati internazionali, come Hezbollah, Hamas e il regime siriano, sono stati pesantemente indeboliti. La Russia appare troppo concentrata sulla guerra in Ucraina per fornire un supporto concreto. A peggiorare la situazione, l’economia iraniana è stata gravemente danneggiata da sanzioni economiche imposte dall’Occidente e viene giudicata in fase di collasso.

Dal punto di vista militare, l’Iran dispone di un arsenale missilistico piuttosto limitato, già utilizzato negli attacchi recenti contro Israele, il che limita le sue capacità di sostenere un conflitto prolungato. Tuttavia, non si può escludere la possibilità che l’Iran possa lanciare un attacco più coordinato e massiccio contro le basi militari statunitensi presenti nella regione, che sono numerose.

Il giornalista del Guardian Julian Borger evidenzia che, sebbene il regime iraniano stia esaurendo il suo arsenale di missili balistici, possiede ancora una notevole quantità di missili a corto raggio e droni, capaci di colpire obiettivi americani. Secondo stime del Washington Post, attualmente ci sarebbero decine di migliaia di soldati statunitensi in Medio Oriente. Tuttavia, è possibile che, in previsione dell’attacco sui siti nucleari, l’esercito statunitense abbia già evacuato alcune delle proprie basi.

Se l’Iran dovesse attaccare basi o navi statunitensi e causare vittime tra i cittadini americani, la decisione su come rispondere ricadrebbe sugli Stati Uniti. Potrebbero decidere di continuare gli attacchi, come esplicitamente minacciato da Trump, oppure di attuare una ritorsione di facciata. La risposta esatta dipenderebbe dalla gravità dell’attacco iraniano e dalle conseguenze che questo comporterebbe.

Per ora, sembriamo lontani da altre possibilità, come una ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano o una rivolta da parte dei leader militari o della popolazione contro il regime, di cui non ci sono segni evidenti al momento. Il contesto attuale è caratterizzato da una fragile stabilità e da un’evidente incertezza, che richiedono una vigilanza continua per monitorare come evolverà il conflitto.

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