Reazioni europee agli attacchi contro l’Iran
Seppur un attacco militare statunitense contro l’Iran fosse divenuto negli ultimi giorni un’ipotesi plausibile, i leader europei sono stati colti di sorpresa dai bombardamenti sui siti nucleari avvenuti domenica, in quanto Trump non aveva informato nessuno. Di conseguenza, la posizione dell’Europa – che invita alla calma e al rispetto del diritto internazionale – risulta quanto mai marginale e poco incisiva. Anche l’Italia, in un contesto di incertezza e cambiamenti rapidi, ha tentato di dimostrare la propria attitudine all’azione, ma le sue dichiarazioni si sono rivelate più avventate che efficaci, senza influenzare il corso degli eventi, riporta Attuale.
Poche ore prima dei bombardamenti israeliani del 13 giugno, mentre gli altri leader europei mantenvano il silenzio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva affermato che «un attacco militare contro l’Iran non mi pare che sia così imminente». In seguito, per cercare di aggiustare il tiro, ha contattato sia il ministro israeliano che quello iraniano, per chiedere loro di «fermare le escalation», ma si è rivelato che la situazione andava nel verso opposto.
Questa difficoltà è in parte dovuta al profilo internazionale del governo di Giorgia Meloni.
Infatti, da un lato, l’esecutivo tenta di riaffermare una prassi diplomatica storica che colloca l’Italia come un paese incline al dialogo e alla mediazione con i paesi arabi e con il regime iraniano. Durante il rapimento della giornalista Cecilia Sala, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli dichiarò, in un’intervista a Repubblica, che «in Occidente siamo quelli che hanno rapporti migliori con l’Iran», un’affermazione non esatta, ma che l’Italia ama ritrarre per acquisire legittimità. Dall’altro lato, questa rivendicazione di vicinanza all’Iran è difficile da mantenere, dato l’intento di Meloni e Tajani di avvicinarsi al governo israeliano di Benjamin Netanyahu e di non contraddire mai, neppure in modo cauto, l’ex presidente statunitense Donald Trump. In sostanza, l’Italia desidera essere un amico privilegiato di troppe nazioni contemporaneamente, nonostante le attuali tensioni tra di esse. Questa ambiguità non è una novità per la diplomazia italiana, ma in un contesto bellico e con un ministro degli Esteri le cui dichiarazioni non sembrano sempre all’altezza, mantenere l’equilibrio diventa estremamente complicato.
Le relazioni tra Italia e Iran risalgono agli anni Cinquanta, collegate agli interessi dell’ENI di Enrico Mattei e di Mediobanca. Questa collaborazione continuò anche sotto il regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi, che era anche un alleato degli Stati Uniti.
Con la rivoluzione islamista del 1979, la situazione cambiò, ma i rapporti continuarono. L’Italia ha continuato a importare petrolio dall’Iran e nei decenni recenti è venuta meno l’idea che il paese potesse mantenere una sorta di relazione speciale con il regime. In effetti, nei momenti chiave degli ultimi anni, l’Italia è stata uno dei principali partner commerciali europei dell’Iran.
Nel 2003, i governi di Francia, Germania e Regno Unito tentarono di stabilire relazioni diplomatiche con l’Iran escludendo gli Stati Uniti, per raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano, dopo che emersero notizie sullo sviluppo di impianti per l’arricchimento dell’uranio e la realizzazione di bombe al plutonio.
Gli europei criticavano l’approccio aggressivo dell’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, il quale non escludeva nemmeno un intervento militare. Inoltre, in un contesto di relazioni transatlantiche logorate dalla guerra in Iraq, le nazioni europee decisero di procedere autonomamente per indurre l’Iran a fermare o almeno sospendere i propri progetti nucleari.
Francia e Germania erano state già coinvolte nella costruzione di impianti nucleari in Iran, quali quelli a Bushehr e Darkhovin, e quindi avevano solide motivazioni per negoziare. Il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Gerhard Schröder si unirono al primo ministro britannico Tony Blair, che aveva il compito di coordinare le discussioni tra Unione Europea e Stati Uniti per non far percepire il nuovo formato di dialogo (denominato E3) come un affronto per gli americani.
L’Italia, invece, scelse una posizione neutra, per vari motivi, come il fatto che il governo di Silvio Berlusconi si lamentò di non essere stato coinvolto e temeva di apparire in cattiva luce agli occhi di Bush, credendo potesse allora trarre vantaggi da una strategia autonoma con l’Iran, grazie ai rapporti amichevoli consolidati nel tempo.
Il formato E3 si dimostrò però efficace, fungendo da base per ulteriori trattative che coinvolsero anche la Russia, la Cina e gli Stati Uniti dal 2006. Gli americani iniziarono a riferirsi a questo gruppo come 5+1 (cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania).
L’E3, parallelamente, mantenne una dimensione europea: i francesi e i tedeschi lo definivano E3/EU+3, comprendendo i tre principali attori europei e gli altri paesi extraeuropei che si unirono in seguito (Cina, Russia, Stati Uniti). Nel luglio 2015, fu proprio questo formato a firmare con l’Iran il Piano d’azione congiunto (JCPOA: Joint comprehensive plan of action) sul programma nucleare. Durante questa occasione, l’Italia fu rappresentata solo indirettamente, attraverso l’Alta rappresentante per la diplomazia dell’Unione Europea, Federica Mogherini.
Tuttavia, in altre occasioni in cui l’Italia avrebbe potuto partecipare nuovamente a queste trattative (una volta tra il 2012 e il 2013, tra i governi di Mario Monti ed Enrico Letta), le possibilità di far valere le proprie relazioni con l’Iran furono limitate. All’inizio del 2016, approfittando di un cambio di approccio più dialogante dell’amministrazione Obama e forte di un buon rapporto con Matteo Renzi, l’Italia cercò di riavviare gli scambi commerciali con l’Iran, precedentemente soggetti a sanzioni.
In gennaio, Roma ricevette una delegazione iraniana guidata dal presidente Hassan Rouhani; la visita suscitò diverse polemiche, in particolare per il fatto che le statue nudo nei musei capitolini vennero coperte. Successivamente, Renzi visitò Teheran con una nutrita delegazione di imprenditori. Fu il primo leader occidentale a effettuare quel viaggio, impegnandosi a riattivare i commerci e a sostenere la leadership moderata di Rouhani. Il viaggio era stato preventivamente coordinato con i leader europei dell’E3, seppur con risultati solo parzialmente soddisfacenti, poiché la sospensione delle sanzioni non portò realmente a solide relazioni commerciali.
Quella iniziativa rappresenta un buon successo per la diplomazia italiana e continua a simboleggiare come l’Italia cerchi, in maniera costante e indipendentemente dalle posizioni politiche, di ritagliarsi un ruolo nella questione iraniana. Ciò avviene attraverso azioni che, sebbene plateali e a volte audaci, non producono sempre i risultati sperati.
Successivamente all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il governo di Mario Draghi tentò