Il Nuovo Sistema di Distribuzione Alimentare nella Striscia di Gaza e le Conseguenze Umanitarie
Il sistema di distribuzione del cibo attuato da Israele un mese fa nella Striscia di Gaza ha generato una situazione di crisi umanitaria senza precedenti, causando una serie di stragi in cui sono rimasti coinvolti civili palestinesi. L’accesso agli aiuti umanitari, già vitale per la popolazione in un contesto di conflitto prolungato, si è trasformato in un’operazione estremamente rischiosa. Prima della recente implementazione del nuovo sistema, tali operazioni erano gestite in maniera significativamente diversa, riporta Attuale.
Il nuovo modello, gestito dalla Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), è stato attivato martedì 27 maggio. Questa organizzazione non governativa è stata creata su impulso di Israele per rimpiazzare una rete di 200 ONG che operavano nella Striscia da anni. L’intento dichiarato di questa scelta era quello di sottrarre la gestione degli aiuti umanitari a Hamas, che esercita un controllo capillare su tutti gli aspetti della vita dei palestinesi nella regione.
La Ghf ha completamente rivoluzionato il sistema preesistente. I circa 400 punti di distribuzione, diffusi su tutto il territorio della Striscia di Gaza, sono stati ridotti a soli quattro grandi centri chiamati Sds, ovvero “Secure distribution sites”. Tre sono ubicati nel sud, nelle aree di Rafah e Khan Yunis, mentre uno si trova a Netzarim, nel centro della Striscia. L’assenza di centri di distribuzione nel nord è dovuta alla strategia militare israeliana, mirata a forzare lo svuotamento di quell’area, che precedentemente ospitava centinaia di migliaia di abitanti.
Stando a fonti palestinesi, dal 27 maggio al 20 giugno le forze israeliane hanno ucciso oltre 300 persone nei pressi dei nuovi centri di distribuzione. Gli atti di violenza, sia di grande che di piccola entità, si sono verificati con tale frequenza che talvolta era difficile per i media distinguere se si trattasse di eventi differenti o dello stesso episodio. Ad oggi, il numero di giorni in cui i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro palestinesi nei pressi della Ghf supera quelli in cui non si sono registrati incidenti di questo tipo.
«Ho visitato il centro di distribuzione tre volte, il 31 maggio, il 15 giugno e il 19 giugno, e ogni volta ho visto la morte negli occhi. Ho assistito a un carro armato israeliano sparare all’impazzata. Sono riuscito a prendere del cibo solo due volte, ma la terza volta non ho trovato nulla a causa dell’enorme afflusso di persone e della stanchezza che provavo», racconta Malik Raida, un palestinese di 17 anni. Dai suoi resoconti emerge un quadro drammatico: ogni volta ha visto corpi senza vita, tra i cinque e i quindici.
Il comando militare israeliano sostiene di aver sparato in aria per disperdere la folla, insistendo sulla necessità di indagini per comprendere le circostanze di ogni singolo incidente. Tuttavia, i testimoni palestinesi descrivono uno scenario ben diverso: le raffiche di colpi vengono sparate all’altezza degli uomini e, in alcuni casi, anche tramite l’uso di artiglieria pesante. Un servizio della CNN ha riportato analisi di video e suoni registrati nei pressi del centro di distribuzione di Rafah, evidenziando che le armi utilizzate appartenevano all’esercito israeliano.
Esaminando i primi dieci giorni di giugno, le fonti palestinesi hanno documentato un drammatico conteggio dei morti: 32 persone il primo giorno, 3 il secondo, 27 il terzo, 6 il sesto, 13 il settimo, 5 l’ottavo, 14 il nono e 36 il decimo. Il giorno più sanguinoso fino a ora è stato il 17 giugno, quando sono state registrate 59 vittime.
Le testimonianze raccolte dai media internazionali nel corso di questo mese confermano una continua violenza contro i civili palestinesi mentre questi si riuniscono in massa per accedere ai siti di distribuzione. Le procedure imposte dalla Ghf e dall’esercito israeliano potrebbero chiarire per quale motivo queste tragedie continuano a verificarsi. Innanzitutto, il cibo viene distribuito secondo il principio del “primo arrivato, primo servito”, il che significa che i palestinesi si accalcano nei pressi dei centri già dalla notte precedente, in attesa della loro apertura la mattina alle sei.
In secondo luogo, le unità militari israeliane hanno assegnato aree di operazione in cui i civili non possono entrare. Ogni unità può creare zone di pericolo, le cosiddette “kill zone”, in cui chiunque varchi il confine è considerato un potenziale nemico da neutralizzare. La mancanza di chiarezza riguardo a questi limiti porta spesso a sparatorie e a un alto numero di vittime civili, amplificato dalla presenza di molte persone che si muovono, spesso di notte, in prossimità delle truppe israeliane.
In sintesi, l’adozione di quattro mega centri di distribuzione dalla Ghf ha attratto palestinesi da ogni zona della Striscia, concentrandoli nelle vicinanze di postazioni militari dove i soldati, a loro discrezione, possono aprire il fuoco. Sebbene ci siano passaggi designati come sicuri dall’esercito, il sistema di distribuzione mostrato nella sua attuazione nel caos attuale della Striscia di Gaza ha evidenziato gravi fallimenti. Ogni giorno le forze armate uccidono civili, e le procedure di distribuzione non vengono riviste nonostante le ripetute stragi.
Hamas ha esortato la popolazione di Gaza a non recarsi nei centri di distribuzione della Ghf, ma senza successo. Il 12 giugno, l’organizzazione ha denunciato il rapimento, le percosse e l’omicidio di dodici suoi volontari da parte di Hamas, che a sua volta sostiene che si trattasse di palestinesi armati e filoisraeliani.
Malik Raida ha anche riferito di aver avvistato membri della milizia di Yasser Abu Shabab, sostenuta da Israele per contrastare Hamas nel sud della Striscia. Descrivendo i membri della milizia come una banda di estorsori, racconta di episodi di furto di aiuti e di violenze nei confronti dei civili, sempre sotto la protezione delle forze israeliane nella zona.