Alpini e forza di reazione Nato, il generale D’Addario: «Addestramento con sguardo a Est»

13.07.2025 07:25
Alpini e forza di reazione Nato, il generale D’Addario: «Addestramento con sguardo a Est»

ROMA – Fino al 30 giugno scorso c’erano le truppe britanniche. Dal primo luglio 2026 ci saranno quelle francesi. Adesso, e per i prossimi dodici mesi, sono però gli alpini della Brigata «Julia» e la Divisione «Vittorio Veneto», diventata nei giorni scorsi a Firenze Multinational Division South, la punta di diamante dellAllied Reaction Force della Nato, un’unità d’élite creata dopo il summit di Vilnius nel 2023 in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Quest’unità vede la partecipazione di 19 Paesi, compresi gli Stati Uniti, ed opera sotto il Comando supremo in Europa (Saceur). Con un totale di diecimila soldati e circa 1.500 veicoli comandati dal generale di corpo d’armata Lorenzo D’Addario, già a capo della Nato Rapid Deployable Corps-Italy, si consolidano le basi per un intervento rapido in vari scenari.

Generale, quali implicazioni ha per le nostre forze armate il coinvolgimento in questo contingente?

«È un riconoscimento del ruolo cruciale che l’Italia e la Difesa giocano all’interno dell’Alleanza, nel quale dimostriamo anche il nostro elevato livello di addestramento e capacità di operare con i partner europei, nei momenti particolarmente critici. Condividiamo una lingua comune (l’inglese) e collaboriamo quotidianamente per risolvere le sfide insieme».

In che modo l’Arf è in grado di operare in qualsiasi momento?

«La nostra forza è sempre pronta, 24 ore su 24, combinando unità terrestri, aeree e navali, ma con la capacità di operare in modo autonomo anche in ambito spaziale e cibernetico. La ristrutturazione della base di Solbiate Olona è stata effettuata esattamente per questo scopo, dotandoci di tecnologie avanzate per lavorare in sinergia con le forze della Nato. Attualmente, le forze speciali spagnole sono parte del nostro contingente, ma il contributo degli altri alleati è fondamentale. Ogni aspetto della cooperazione è impeccabile».

Qual è l’importanza dell’addestramento in questo contesto?

«Siamo estremamente fieri dei risultati ottenuti nelle esercitazioni recenti, in particolar modo durante quelle condotte nel fianco orientale, tra Romania, Bulgaria e Grecia. Queste operazioni servono per valutare la reattività del nostro contingente e il suo potere deterrente. Ulteriori esercitazioni sono programmate per febbraio 2026 in Germania. La Nato richiede specifici livelli di prestazione per garantire che ogni unità sia al passo con gli standard, anche in scenari extraeuropei. Ogni esercitazione simula diverse condizioni operative e termina con un debriefing per analizzare i risultati e apportare eventuali modifiche alle strategie».

Qual è il vostro approccio agli sviluppi nel conflitto russo-ucraino?

«Tutti osservano quanto avviene in quel conflitto. Le azioni militari, le innovazioni e le tecnologie utilizzate vengono attentamente analizzate per cogliere i cambiamenti in atto, sempre ricordando che il futuro è diverso. Come diceva il generale Dwight Eisenhower, “I piani non sono nulla, la pianificazione è tutto”. La vera sfida consiste nell’integrare nuove capacità rapidamente e efficacemente, mirare alla perfezione, il nostro motto è “Ubique celere”, ovunque rapidamente».

I droni sono diventati una risorsa cruciale in Ucraina. L’Arf li utilizza?

«Assolutamente, ma la questione è più complessa. Dobbiamo considerare che alle nuove tecnologie si affiancano schemi tradizionali che restano rilevanti. Disponiamo di un set di forze straordinario da formare al meglio. Non nascondo la mia nostalgia per il periodo trascorso come paracadutista nella Folgore, ma mi sento profondamente coinvolto in questa esperienza multinazionale con punti di vista e approcci diversi che arricchiscono tutti noi. Come dice il nostro capo di Stato maggiore, le idee non hanno grado e non hanno età».», riporta Attuale.

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