La Duma russa ha approvato il 17 luglio 2025, in seconda lettura, una controversa proposta di legge che introduce sanzioni fino a 5.000 rubli per chi effettua volontariamente ricerche online di contenuti considerati “estremisti”, anche tramite VPN. La misura ha suscitato forti reazioni tra i cittadini russi e generato un acceso dibattito pubblico, costringendo le autorità a intervenire per contenere la protesta sociale e politica.
Una norma ambigua che allarma la società civile
Secondo il testo approvato, le sanzioni si applicheranno a chi consulta materiali iscritti nel registro degli estremismi del Ministero della Giustizia, che attualmente conta circa 5.500 voci. L’utilizzo di VPN, pur essendo tecnicamente legale, diventa un’aggravante se impiegato per accedere a tali contenuti. Le autorità assicurano che l’uso dei servizi VPN, di per sé, non sarà motivo di sanzione, ma verrà considerato una circostanza aggravante in caso di violazione della legge.
L’iniziativa è stata duramente criticata da personalità pubbliche e commentatori, che la vedono come un passo ulteriore verso un regime di sorveglianza totale. A poche ore dalla votazione, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha invitato i deputati e le figure pubbliche a spiegare meglio i contenuti della proposta, nel tentativo di placare la crescente ondata di scontento.
La costruzione del “Gulag digitale”
La norma si inserisce in un più ampio contesto legislativo che, secondo analisti e attivisti, punta a consolidare un sistema di sorveglianza pervasivo. Le nuove misure — affermano i critici — sono funzionali alla creazione di un “Gulag digitale”, in cui ogni attività online sarà monitorata, registrata e potenzialmente punita. Parallelamente, sono allo studio modifiche che consentirebbero alle forze dell’ordine l’accesso diretto ai dati relativi a ricerche web, transazioni finanziarie e comunicazioni personali.
Le autorità ribadiscono che la legge mira esclusivamente a contrastare la diffusione di ideologie estremiste, ma il timore diffuso è che l’applicazione pratica si traduca in un nuovo strumento repressivo, utilizzabile anche contro semplici lettori o ricercatori che esplorano tali contenuti a scopo di studio o monitoraggio. Diversi esperti sottolineano come questo provvedimento rischi di infliggere un danno grave al settore dell’analisi e della prevenzione dell’estremismo, penalizzando studiosi e operatori del settore.
Reazioni pubbliche e preoccupazioni costituzionali
La proposta ha rianimato una discussione mai sopita in Russia sul ruolo dello Stato nel cyberspazio e sui limiti della libertà di espressione. Attivisti e analisti evocano lo spettro di un controllo autoritario senza precedenti, in cui ogni utente potrebbe essere sanzionato per una semplice ricerca effettuata su Google. La retorica ufficiale, incentrata sulla “sicurezza nazionale”, viene percepita da molti come un pretesto per giustificare la repressione del dissenso.
Sui social russi e nei media indipendenti si moltiplicano le critiche ironiche e amare: c’è chi paragona la norma a una “tassa sul pensiero”, chi denuncia l’ipocrisia di un sistema che afferma di non applicare la censura mentre sanziona l’accesso a fonti informative alternative. “Leggere non significa sostenere”, si legge in molti commenti, che sottolineano come la conoscenza debba rimanere libera e l’interesse per ciò che viene definito “nemico” non possa essere criminalizzato.
La questione tocca anche aspetti costituzionali rilevanti: la libertà di opinione, la libertà di informazione e il divieto di censura sono formalmente garantiti dalla Costituzione russa. Tuttavia, le modalità di attuazione delle leggi recenti sembrano indicare una tendenza opposta, rafforzando l’impressione che lo Stato stia tracciando un nuovo confine tra il lecito e l’illecito nel solo spazio digitale.
Il rischio di una nuova normalità
In definitiva, il provvedimento della Duma si inserisce in una sequenza più ampia di norme restrittive approvate negli ultimi anni, in un clima politico segnato dalla crescente chiusura del regime russo e dalla guerra in Ucraina. Secondo molti osservatori, il processo di digitalizzazione repressiva è ormai irreversibile, e l’adozione di leggi sempre più intrusive rappresenta un tentativo deliberato di rafforzare il controllo sociale attraverso la tecnologia.
Nel contesto attuale, segnato dalla paura e dall’incertezza, il confine tra sicurezza e autoritarismo si fa sempre più sottile. E mentre il Cremlino tenta di rassicurare l’opinione pubblica, molti cittadini russi si preparano — silenziosamente ma con crescente determinazione — a una vita digitale sotto sorveglianza costante.