Cambiamenti in atto in Israele

30.07.2025 10:55
Cambiamenti in atto in Israele

Cambiamenti nell’opinione pubblica israeliana sulla guerra a Gaza

Recentemente, una parte dei media e dell’opinione pubblica israeliana ha iniziato a esprimere critiche nei confronti della guerra nella Striscia di Gaza, definendola un atto immorale e denunciando i crimini perpetrati dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese come inaccettabili. Questo rappresenta un cambiamento significativo rispetto ai periodi precedenti: dall’inizio del conflitto, che dura ormai quasi due anni, la maggior parte delle critiche era rivolta al governo e all’operato del primo ministro Benjamin Netanyahu, non a mettere in discussione la legittimità della guerra. Ora, questa convinzione sta perdendo forza, riporta Attuale.

Negli ultimi mesi, i media israeliani hanno cominciato a fornire una copertura più bilanciata sugli eventi nella Striscia di Gaza. Fino a poco tempo fa, la narrazione predominante in Israele presentava la guerra esclusivamente attraverso la lente delle operazioni militari, enfatizzando la lotta contro i “terroristi” e trascurando di mostrare gli effetti devastanti sulla popolazione civile, comprese le devastazioni e i massacri.

I video trasmessi dalle reti televisive israeliane si limitavano a mostrare le distruzioni, ma raramente includevano immagini delle vittime. Questa visione unilaterale ha cominciato a cambiare solo di recente, a seguito di un crescente cambiamento dell’opinione pubblica in molti paesi occidentali e nel resto del mondo. Le emittenti israeliane, ora, mostrano più frequentemente la sofferenza dei palestinesi, evidenziando la tragedia delle famiglie colpite e degli ospedali danneggiati. La narrazione si concentra anche sul grave blocco di beni alimentari e di prima necessità imposto da Israele, che ha contribuito a una crisi alimentare devastante, causando la morte di numerose persone per fame. Questi eventi hanno portato a una crescente ammissione dell’immoralità della guerra.

Un momento cruciale è stato quando Yonit Levi, una delle presentatrici più influenti in Israele, al termine di un servizio dedicato alla fame a Gaza, ha affermato: «Forse è ora di riconoscere che questo non è un fallimento di immagine, è un fallimento morale». Le affermazioni del governo israeliano, secondo cui non esiste un problema di fame a Gaza, sono state contrastate da Levi, che ha sottolineato la realtà delle sofferenze e delle azioni dell’esercito considerandole immorali.

Simili dichiarazioni sono arrivate anche da altre figure di spicco nel panorama mediatico. Sul quotidiano centrista Yedioth Ahronoth, Avi Yissacharoff ha scritto che «con il passare dei mesi, le calamità umanitarie non hanno fatto che aumentare» e che ora «il mondo si è unito contro di noi». Yaakov Katz, ex direttore del Jerusalem Post, ha postato sui social media che «il mondo sostiene che in Gaza le persone stanno morendo di fame. Israele, al contrario, rivendica il contrario. Ma il fatto che Israele stia iniziando a lanciare cibo e a sospendere parte delle operazioni militari sembra una chiara ammissione che la crisi esista davvero».

Politicamente, l’opposizione al governo di estrema destra di Netanyahu, che in precedenza si era mostrata compatta a favore della guerra, ha iniziato a criticare fortemente il conflitto. L’ex primo ministro Ehud Olmert ha dichiarato che Israele sta «commettendo crimini di guerra» e ha etichettato la guerra a Gaza come «una guerra di sterminio». Un altro leader dell’opposizione, Yair Golan, ha affermato che Israele «uccide bambini per hobby». Anche Yair Lapid, ex primo ministro centrista, ha definito la guerra un disastro, chiedendo che venga cessata.

Negli ultimi giorni, per la prima volta due importanti organizzazioni umanitarie hanno affermato che Israele sta attuando un genocidio nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza. Anche a livello sociale, ci sono stati movimenti di protesta organizzati da ong, artisti e intellettuali contro la guerra. Recentemente, gruppi di attivisti sono scesi in piazza in varie città israeliane, protestando con pentole in mano contro l’affamamento del popolo palestinese.

Tuttavia, rimane difficile stabilire la portata di un cambiamento diffuso nell’opinione pubblica. Da mesi, il 70-75% degli israeliani chiede la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi, ma questo potrebbe riflettere più un sentiment di stanchezza che un rifiuto delle azioni militari. Un sondaggio condotto a maggio ha rivelato che il 76% degli ebrei israeliani considera che la sofferenza dei palestinesi non debba influenzare la pianificazione delle operazioni militari. Non è chiaro se vi sia stata una significativa evoluzione dell’opinione nelle ultime settimane.

Infine, il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che le sue politiche rimarranno invariate: «Stiamo combattendo una guerra giusta, una guerra morale, una guerra per la sopravvivenza», ha comunicato.

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