Don Antonio Mazzi: “Guido i più difficili verso il sogno”

04.08.2025 03:35
Don Antonio Mazzi: "Guido i più difficili verso il sogno"

Don Mazzi: Una Vita Tra Speranza e Cambiamento

Milano, 4 agosto 2025 – Assassini, tossici, corrotti: “Ho sempre accolto tutti. Mi piace stare tra i peggiori”. È così dai giorni del Parco Lambro, quando rischiava la vita fra gli alberi con siringhe conficcate nei tronchi. Don Mazzi a volte si è considerato stupido per aver sfiorato un coltello, ma non si è mai arreso. Nel 1984, a un crocevia di spaccio, ha creato la Fondazione Exodus, un’opportunità di uscita dall’inferno. Oggi, a 95 anni, continua a camminare al fianco dei suoi ragazzi “un po’ strani” e resta “un allievo della vita”, come quel bambino di campagna che inseguiva aquiloni, scandito dal ritmo della tradizione. “Sto ancora vivendo l’aurora – afferma – perché la ribellione di ieri si è trasformata nella solidarietà di oggi e la poesia ha dimostrato di essere più autentica della violenza”, riporta Attuale.

Don Mazzi, lei ha visto di tutto e sembra sempre in gran forma. Ha fatto un patto con il diavolo? E possiamo chiedere: esiste davvero il diavolo?

“Esiste il male, che definisco come economie sbagliate e denaro rubato. Ho sempre scelto di ignorarlo, cercando di assistere chi, per ingenuità o fretta, è caduto in errore. È una tendenza di noi cattolici mettere in mezzo il demonio quando accade un errore. Personalmente, se ne parlo il meno possibile, meglio sto”, aggiunge.

Dice di vivere la sua età come un uomo fortunato, mentre il ragazzo che inseguiva gli aquiloni non lo è stato.

“Mio padre ferroviere è deceduto a 30 anni per broncopolmonite quando avevo appena 13 mesi. Questo ha provocato un grande scompiglio nella vita di mia madre e ha segnato la mia adolescenza. A 16 anni pensavo di farla finita, ero spesso sospeso a scuola e rifiutavo di partecipare ai sabati pomeriggio fascisti. Essere definito indisciplinato è un eufemismo. Mi fa ridere quando oggi si parla di bullismo. Allora avevamo ben altro: eravamo armati di forchetta, cacciavamo gli uccelli con la cerbottana, giustificandoci con il bisogno di portare cibo a casa. Queste esperienze mi hanno aiutato a comprendere i giovani problematici di oggi. E la mancanza di un padre mi ha reso in grado di comprendere i loro bisogni”, precisa.

È diventato prete, ma non ha mai sopportato i preti.

“Non sopportavo l’obbedienza, il divieto di fare rumore e la preghiera”, confessa.

In che senso proprio la preghiera?

“Come un rosario imposto e una messa obbligatoria. Mia madre non poteva permettersi di farmi studiare, quindi ho frequentato il liceo dai preti, dove non c’era spesa. Rubavo libri dalla biblioteca; erano per me ciò che oggi sono i telefonini. Un giorno, il vescovo di Ferrara, alla ricerca di ragazzi per il suo seminario, venne a trovarmi. La sua iniziativa era ispirata all’esperienza americana dei ‘ragazzi della città’. Nel novembre del ’51, la famosa alluvione del Po costrinse migliaia di persone a cercare rifugio. Ricordo le notti in barca con i vigili del fuoco, salvando persone dai tetti. Ho capito che la vita che avevo immaginato era completamente diversa, e ho detto al vescovo: ‘Sarò io a prendermi cura di questi poveretti’. Sono entrato in seminario e sono stato consacrato prete nel 1956.”

Ha prestato servizio come prete a Verona, Roma, e infine a Milano, in un centro professionale presso il Parco Lambro.

“Ero ingenuo e sottovalutavo il potere devastante della droga. Fondando Exodus, ho trovato prima di tutto la mia salvezza. I miei utenti hanno enormi problemi relazionali; usano la droga per colmare un vuoto, sempre più trasformandosi in sostanze chimiche aggressive. Gli adulti hanno creato questa voragine. Le mie parole sono un incoraggiamento: non è mai troppo tardi per cambiare”, evidenzia.

Negli anni ’70 a Milano ha affrontato e compreso il terrorismo. C’era una potenza pericolosa nell’aria. Perché afferma che i giovani hanno bisogno di liberatori?

“Perché mancano figure di riferimento. Si rifugiano in sogni ristretti, limitati ai confini dei loro smartphone. Noi, nel frattempo, abbiamo ridotto il cattolicesimo a un rituale, dimenticando la presenza divina nelle strade”, commenta.

Ha mai sentito di aver fatto carriera?

“Non ho mai cercato posti in prima fila. Ho partecipato per cinque anni a Domenica In, vivendo entrare ed uscire senza mai appartenere a quel mondo. In questo sistema, il trionfo dei forti e dei potenti sembra potersi costruire solo sulla sofferenza dei perdenti”, riflette.

Scrive nel suo libro che per gli educatori è giunto il momento di disobbedire.

“Non possiamo più obbedire a uno Stato e a un governo che riducono la scuola e le strutture di recupero in ambienti malsani e quasi psichiatrici. Promuovo l’idea di ‘villaggi scolastici’, dove l’istruzione diventa un’avventura per seminare concetti chiave come speranza e amicizia. Gli educatori devono creare un’atmosfera di felicità, ispirando i sogni. Oggi i giovani non sono felici e non sognano più. È spaventoso che al mattino imparino la geografia, mentre la sera cercano solo il loro smartphone e un coltello, convinti che così facendo possano scrivere la storia”, conclude Don Mazzi.

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