Una strada in memoria della lavandaia che salvò donne e si offrì ai soldati

04.08.2025 06:16
Una strada in memoria della lavandaia che salvò donne e si offrì ai soldati

e Luca Filippi

“Io. Non loro”. Con queste brevi parole Olimpia Mibelli Ferrini, all’età di 21 anni, riuscì a sottrarre alcune adolescenti elbane da atrocità sessuali. Era il 17 giugno 1944, quando sulle coste dell’isola approdarono le truppe coloniali francesi, per lo più formate da goumiers marocchini e senegalesi, cui fu concessa la licenza di predare. A differenza di quanto accadde sulla costa livornese, dove gli alleati sbaragliarono i nazifascisti e la Liberazione fu accolta con gioia sfrenata, all’Elba la fine della guerra si trasformò in un incubo angosciante, riporta Attuale.

In effetti, ai soldati francesi fu consentito di depredare l’isola e di esprimere la loro violenza sui civili. Situazioni simili si verificarono anche in altre parti d’Italia, come rappresentato da Vittorio de Sica nel film La ciociara, in cui Cesira, personificata da Sofia Loren (vincitrice dell’Oscar come miglior attrice protagonista), subisce abusi da militari marocchini insieme alla figlia Rosetta, ancora in tenera età. In meno di due giorni, furono riportati almeno 191 casi di violenza sessuale su donne e bambine.

Olimpia, una giovane della classe popolare appassionata di libertà, moda e bellezza, intervenne per salvare ragazze poco più che adolescenti dalla furia delle sopraffazioni. Decise di offrire il proprio corpo ai soldati in cambio della salvezza delle altre giovani.

Tra le ragazze che ella riuscì a proteggere vi è Laura Laurenzi, di soli 15 anni, allontanata da Olimpia, che si pose davanti ai soldati per proteggerla. Nonostante il tragico evento e il suo gesto eroico, Olimpia non tornò mai più al suo lavoro di lavandaia.

La sua storia, purtroppo, venne dimenticata nella memoria collettiva. Venne registrata nei documenti ufficiali come “donna di facili costumi”, un marchio di stigmatizzazione per la sua indipendenza, in un’epoca in cui la libertà femminile era considerata scandalosa. Si dedicò alla cura della madre anziana, delle sorelle e dei nipoti.

Sua sorella Andreina, anch’essa vittima di stupro, diede alla luce il bambino nato da quell’abuso, un’ulteriore forma di resistenza. Olimpia morì nel 1985, e i suoi resti furono deposti nell’ossario comunale, senza alcun riconoscimento pubblico.

Adesso, finalmente, le verrà dedicato un tributo. Dopo ottantuno anni, una strada del centro storico di Portoferraio porterà il suo nome, nel luogo in cui gestiva la sua lavanderia. Il comune le conferirà anche la Medaglia d’Oro della città.

“Era libera e, per questo, scomoda – afferma l’assessora regionale toscana Monia Monni – Olimpia faceva parte di una categoria disprezzata. Ha vissuto in isolamento e vergogna. Le è stato costruito attorno un silenzio assordante e l’hanno sepolta. Per decenni nessuno ha avuto il coraggio di nominarla. Non era in linea con la narrazione delle eroine. Troppo povera. Troppo libera. Troppo reale”.

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