La situazione politica di oggi in Italia: un’analisi profonda
Di Bruno Vespa. Una notte d’estate di trent’anni fa, a Cortina, Piercamillo Davigo, noto per il suo ruolo nel processo Mani Pulite, condivise con me l’apologo del topo con le corna. C’era una volta un gruppo di topini astuti, che, uscendo da un buchetto, rubavano formaggio per poi scappare prima che il gatto li catturasse. Un giorno, uno di loro, volendo mostrarsi speciale, indossò delle corna, ma quando arrivò il gatto, quelle corna gli impedivano di rientrare nel buchetto e il gatto… Questo era il modo di Davigo di rispondere alla mia osservazione che Berlusconi, a differenza di tanti altri imprenditori, era rimasto al riparo fino a quando non è sceso in campo. (“Paga i politici trasmettendo i loro spot elettorali”, mi disse Di Pietro nel ’93). Così, entrando in politica, il Cavaliere aveva messo le corna. Dunque…
Il governo Meloni ha appena compiuto un passo significativo approvando la legge costituzionale sulla separazione delle carriere, dopo trent’anni di tentativi infruttuosi da parte del centrodestra. Questo ha risvegliato l’ala più combattiva della magistratura. Non aderiamo all’idea di complotti come “intese segrete tra pochi per sovvertire un potere o danneggiare qualcuno” (Treccani). Ciò che accadde con Mani Pulite nei confronti di Berlusconi era diverso. Qui assistiamo a qualcosa di molto più diffuso e globale. È una chiamata alle armi a livello collettivo (“Resistere, resistere, resistere!”, incitava Francesco Saverio Borrelli), un’azione di resistenza simile a quella dei Gap all’inizio della Repubblica di Salò.
Queste dinamiche spiegano scelte decisamente singolari come il ricorso diretto alla Cassazione, bypassando l’appello, contro l’assoluzione di Salvini nel caso Open Arms. L’operato della sezione migranti della Corte d’appello di Roma da parte di magistrati che, nella fase iniziale, si erano pronunciati contro l’invio in Albania di soggetti da espellere, poiché cercavano di reiterare il loro giudizio, rappresenta una deviazione dal normativo. Si è assistito a un esproprio pericoloso del potere di governo e del Parlamento di determinare quali siano i paesi considerati sicuri. Un’affermazione purtroppo riconosciuta anche dalla Corte di Lussemburgo, suscitando scandalo in figure come Macron e Merz, oltre che in Meloni.
Arriviamo infine alla strana situazione riguardante l’esclusione del presidente del Consiglio dalla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Piantedosi, Nordio e Mantovano per la vicenda Almasri. Chi conosce Giorgia Meloni sa bene che nessun dossier, neanche il meno significativo, sfugge alla sua attenzione, tanto meno un caso di tale portata. Il Tribunale dei ministri non ha trovato il coraggio di rendere pubblico il coinvolgimento del capo del governo, ma ha tentato di mettere una pezza che ha risultata peggiore del buco. Il governo, in passato, ha commesso l’errore di non opporre sin da subito – probabilmente per motivi di trasparenza – il segreto di Stato, diversamente da quanto fatto da precedenti esecutivi in situazioni simili. Si era da poco verificato un episodio di ritorsione iraniana nei confronti di Cecilia Sala dopo l’arresto in Italia di un ingegnere persiano di grande valore.
Inoltre, il generale Caravelli, stimato capo dei nostri servizi esteri, aveva già avvertito riguardo alle possibili conseguenze fisiche ed economiche legate al trattenimento di Almasri, sottolineando che il suo rimpatrio sarebbe stato un “olio di ricino” da ingerire. I tre inquisiti riusciranno probabilmente a salvarsi grazie al rigetto parlamentare della richiesta di rinvio a giudizio. Tuttavia, possiamo essere certi che siamo soltanto all’inizio di una lunga e insidiosa guerriglia politica.
Riporta Attuale.