Partenza della Global Sumud Flotilla da Genova per Gaza
Domenica da Genova sono salpate alcune barche a vela della Global Sumud Flotilla, una grande flotta di circa 40-50 imbarcazioni che tenteranno di portare aiuti umanitari e cibo ai civili palestinesi. Questa missione si preannuncia complessa, poiché Israele mantiene un blocco navale sulla Striscia di Gaza e ha risposto con la forza a iniziative simili negli scorsi mesi, riporta Attuale.
Prima della partenza, gli attivisti hanno tenuto nascoste le barche per evitare sabotaggi. La Handala, che era salpata dal porto di Barcellona verso Gaza a metà luglio, aveva subito un attacco: furono trovati acidi nei contenitori dell’acqua. Episodi simili si sono verificati in altre missioni. «Ad Atene nel 2011 ci segarono l’albero motore il giorno prima della partenza», racconta Maria Elena Delia, coordinatrice italiana della missione. Pertanto, tutte le imbarcazioni sono state esaminate da una squadra di sommozzatori prima di partire.
In totale, 25 imbarcazioni partono dall’Italia, rappresentando la metà dell’intera spedizione, con barche in partenza anche da Barcellona, Sicilia, Tunisi e Grecia. Le imbarcazioni, di medie o piccole dimensioni, variano tra i 12 e i 16 metri. Tra le barche italiane, la Ghea, capace di ospitare un massimo di 6 persone, e la più grande Luna Bark, che può accogliere almeno 10 persone. Due navi più grandi partiranno da Barcellona con 25 persone a bordo, tra cui l’ex sindaca Ada Colau.
La scelta di utilizzare imbarcazioni di dimensioni contenute non è casuale: gli attivisti intendono apparire meno aggressivi.
Tutte le barche salpate da Genova sono state acquistate in Italia sul mercato dell’usato, dopo attente ricerche e passaparola, racconta Luca Poggi, responsabile logistica della Flotilla. Il prezzo medio di ogni imbarcazione varia tra i 30mila e i 50mila euro, considerato vantaggioso. «Alcuni venditori hanno accettato di vendere a prezzi inferiori per supportare l’iniziativa», aggiunge Poggi.
La nave ammiraglia italiana è un due alberi chiamato Taigete, nome lasciato dal precedente proprietario. «Non lo abbiamo cambiato per scaramanzia, perché ogni nave ha una storia», spiega Poggi.
In appena un mese e mezzo, gli attivisti hanno mobilitato decine di professionisti per sistemare e attrezzare le imbarcazioni con videocamere e una connessione a Starlink, rete di telecomunicazione satellitare. Gli equipaggi sono stati costituiti in risposta a centinaia di richieste, dopo colloqui in cui è stata valutata anche la motivazione a gestire situazioni rischiose, e sono stati formati sulla non violenza e sul protocollo da seguire in caso di arresto.
«Se ci chiederanno di non proseguire ci fermeremo, ma se ci diranno di tornare indietro rimarremo fermi», afferma Delia, sottolineando l’importanza di rispettare il diritto internazionale. Finora tutte le missioni precedenti sono state bloccate in acque internazionali, lontano da Gaza. Delia evidenzia che l’obiettivo principale della missione è quello di istituire un corridoio umanitario gestito dall’ONU e rompere il blocco navale, un compito che si presenta difficile ma non impossibile, date le dimensioni dell’operazione attuale.