Israele due anni dopo l’attacco di Hamas: bilancio della guerra e nuove tensioni in Medio Oriente

07.10.2025 10:15
Israele due anni dopo l’attacco di Hamas: bilancio della guerra e nuove tensioni in Medio Oriente

Due anni dopo l’attacco di Hamas, il Medio Oriente è cambiato significativamente

A due anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele ha avviato una guerra nella Striscia di Gaza, risultando responsabile di 66 mila morti, di cui l’80 per cento civili, e della distruzione o danneggiamento del 90 per cento degli edifici. Il paese è stato accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Inoltre, Israele ha intrapreso operazioni militari contro quasi tutti i suoi vicini: Libano, Iran, Siria, Yemen e Qatar, riporta Attuale.

In seguito all’attacco del 7 ottobre, in cui Hamas ha ucciso oltre 1.100 israeliani, il primo ministro Netanyahu ha definito l’obiettivo della guerra a Gaza in termini di «vittoria totale». Questo implica due obiettivi principali: il recupero degli ostaggi israeliani e la distruzione di Hamas. De degli 251 ostaggi israeliani, 148 sono stati riuniti vivi grazie a scambi con Hamas, ma si stima che 20 ostaggi rimangano nelle mani del gruppo. Negli ultimi giorni, è stata avanzata una proposta di cessate il fuoco da parte del presidente americano Donald Trump, per facilitare la liberazione degli ostaggi.

Il secondo obiettivo, più sfuggente, è quello di «distruggere Hamas», obiettivo che non trova una definizione chiara. Anche se il gruppo è stato pesantemente indebolito negli ultimi due anni, la sua completa distruzione resta in discussione. Israele ha assassinato molti leader di Hamas e una considerevole parte della sua struttura militare, ma la capacità del gruppo di condurre attacchi di guerriglia persiste.

Il 75 per cento della Striscia di Gaza è ora militarmente controllato da Israele, e Hamas, sebbene indebolito, continuer a esercitare una certa influenza sul territorio tramite canali informali. La comunità militare israeliana afferma che gli obiettivi principali sono stati raggiunti, e che continuare le operazioni risulta ora «futile». Tuttavia, Netanyahu sembra mantenere la guerra come condizione per sopravvivere politicamente, essendo sotto pressione da parte dei suoi alleati estremisti.

C’è anche il piano di alcuni estremisti religiosi, che vedono nella guerra un’opportunità per occupare definitivamente Gaza e creare un «Grande Israele» che comprenda non solo Gaza, ma anche anche la Cisgiordania e parte della Siria. Questo approccio ha portato a una recente escalation del conflitto, rendendo le prospettive di pace sempre più sfuggenti.

Israele, nel perseguire la guerra oltre Gaza, ha compiuto operazioni significative contro Hezbollah e l’Iran, ritenuti suoi principali avversari. Le recenti offensive aeree hanno notevolmente indebolito Hezbollah e hanno portato a ripercussioni significative anche per il regime di Assad in Siria. Inoltre, la campagna militare contro l’Iran ha registrato un picco a giugno con la guerra dei dodici giorni, portando a bombardamenti strategici contro il programma nucleare iraniano.

Questi attacchi hanno però aumentato l’isolamento di Israele a livello internazionale, nonostante la riduzione della potenza dei suoi nemici. Diverse nazioni hanno riconosciuto la Palestina, e la crescente insoddisfazione della comunità internazionale nei confronti delle azioni israeliane apre interrogativi sul futuro diplomatico del paese. La violenza e l’aggressione mostrata in questi due anni potrebbero continuare a compromettere la sua leadership, rendendo problematico recuperare la fiducia della comunità internazionale.

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