Hamas accetta il piano di Trump grazie alla mediazione di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto

10.10.2025 09:05
Hamas accetta il piano di Trump grazie alla mediazione di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto

Accordo di pace in Medio Oriente: il ruolo dei mediatori arabi

Un accordo di pace, considerato quasi messianico, è stato raggiunto in sole 240 ore grazie all’intervento di mediatori arabi come Turchia, Egitto, Qatar e Arabia Saudita. Donald Trump ha elogiato questi paesi in un post, riconoscendo i loro sforzi nell’indurre Hamas ad accettare la tregua, riporta Attuale.

Oggi, i ministri degli Esteri della regione si riuniscono a Parigi per discutere delle responsabilità legate a questo accordo. Essi dovranno dislocare i primi 5.000 poliziotti dell’Autorità Palestinese a Gaza, già addestrati in Egitto e Giordania, e persuadere i 15.000 agenti di Hamas a rinunciare ai loro uniformi.

La situazione a Gaza potrebbe complicarsi ulteriormente. Sarà necessario reclutare nuovi agenti per evitare errori simili a quelli commessi in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, dove i baathisti furono emarginati e divennero eterni nemici. L’atteggiamento dei gruppi come i Comitati di resistenza popolare e le Brigate mujaheddin, che hanno combattuto duramente e non sono disposti a piegarsi, rimane incerto.

Ziad al-Nakhalah, leader della Jihad Islamica, ha recentemente dichiarato: «Non aspettatevi che soccombiamo alle condizioni e ai diktat dell’entità sionista» dopo i sacrifici fatti dai loro combattenti. Le tensioni persistono, anche in questo contesto di apparente pace.

Il compromesso che ha portato alla cessazione delle ostilità ha visto il riconoscimento di molti protagonisti. Khalil al-Hayya, capo dei negoziatori di Hamas, ha attribuito il merito ai «fratelli di fede» che hanno mediato per la pace. Egli ha sottolineato come il coinvolgimento del premier del Qatar e delle intelligence turca ed egiziana ha facilitato i negoziati e ridotto il margine per il sabotaggio da parte di Netanyahu.

Ma chi ha avuto un ruolo determinante in questo accordo? L’Egitto ha fornito le infrastrutture necessarie per le trattative, svolgendo un ruolo di casinò diplomatico. Tuttavia, il feldmaresciallo Abdel Fattah al-Sisi non è stato in grado di consolidare la sua posizione; non è stato invitato alla Casa Bianca dal 2019 e il suo recente viaggio è stato cancellato a causa della sua dichiarazione contro il progetto della Gaza Riviera.

Dall’altro lato, il Qatar ha mantenuto una distanza prudente dalle trattative, comunicando solo attraverso il direttore del Mossad, David Barnea. Questo ha complicato il suo ruolo a causa della mancanza di relazioni diplomatiche formali.

Il vero mediatore arabo sembra essere Racep Tayyip Erdogan. Dopo anni di esclusione dalla questione palestinese, è riuscito a sfruttare abilmente le sue relazioni. Ha accolto diversi leader di Hamas in Turchia, mantenendo con loro legami stretti. La presenza dell’intelligence turca è stata cruciale per il successo delle trattative.

Molti osservatori notano che la figura di Erdogan e il suo stretto collaboratore, Ibrahim Kalin, hanno fornito alla Turchia un ruolo chiave, già evidenziato in altre crisi come quella del Mar Nero. La Turchia è vista ora come un attore regionale influente, capace di oscurare l’Iran, che aveva precedentemente dominato la scena a Gaza.

Teheran, pur dichiarando di salutare l’accordo, mostra un evidente scetticismo nei confronti dell’evoluzione della situazione, segnalando che le ombre della politica interna regionano continuano ad allungarsi in questa nuova fase.

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