Femminicidio di Pamela Genini: il controllo morboso che culmina nell’orrore

16.10.2025 01:35
Femminicidio di Pamela Genini: il controllo morboso che culmina nell'orrore

Femminicidio di Pamela Genini: la mente criminale di Gianluca Soncin e la sua premeditazione

Roma, 16 ottobre 2025 – Non è stato il coltello a uccidere Pamela Genini. È stata la chiave. Quel duplicato, ottenuto di nascosto, incarna alla perfezione la mente criminale di Gianluca Soncin: la convinzione di poter entrare ovunque, anche dove non è più il benvenuto. Un gesto che racconta l’arroganza del controllo, la premeditazione a sangue freddo, l’idea malata che l’amore sia proprietà privata. Soncin ha duplicato la chiave non tanto per aprire una porta, quanto per cancellare il diritto di Pamela di chiuderla, riporta Attuale.

Un femminicidio che rappresenta l’atto finale di una dittatura psicologica durata mesi: la cronaca di un uomo ossessionato e di una donna che aveva trovato il coraggio di dirgli basta. Per un narcisista patologico, essere lasciato equivale a morire. La donna che si libera non scappa: lo smaschera. Gli toglie lo specchio in cui contempla il suo ego e lo priva del pubblico che alimenta la sua illusione di potere. E così, il narcisista uccide per riscrivere la gerarchia a suo favore, per tornare al centro della scena. “Se non sei mia, non sarai di nessuno”, non è gelosia: è delirio di onnipotenza. È la voce di un dio minore che, pur di non cadere, distrugge ciò che lo smentisce. Le 24 coltellate inferte non sono follia. Sono una firma. Ogni fendente diventa la proclamazione ossessiva: “Tu non mi hai tolto niente”.

L’assassino non ha agito per impulso cieco: ha orchestrato. E in quell’orchestra macabra, il corpo di Pamela è diventato il pentagramma su cui riscrivere la propria supremazia. C’è qualcosa che Soncin non aveva previsto: la lucidità di lei. “È Glovo”, ha detto Pamela al citofono, nel tentativo estremo di placare il predatore. Ha provato a salvarsi con la mente, mentre lui crollava sotto il peso del suo ego. Nessuna bestia uccide per restaurare se stessa. Solo l’uomo. Solo chi scambia l’amore per possesso, la libertà per disobbedienza, la vita dell’altro per un riflesso. Pamela è morta tra due mondi: il suo, in cui tentava di salvarsi, e quello di lui, in cui Gianluca cercava di salvarsi da sé stesso.

Lei voleva aprire quella porta. Lui voleva chiuderla per sempre. E in quella distanza, tra il citofono e la lama, si è consumata la vera essenza della crudeltà umana: distruggere ciò che non si può più dominare. La domanda non è perché l’abbia uccisa, ma quando ha deciso di farlo. Forse nel momento in cui lei ha smesso di avere paura. Quando Pamela ha scelto di vivere libera, senza chiedere più il permesso.

Non è un caso isolato. Lo stesso schema si ripete, ossessivo, in altre vite spezzate. Turetta, che ha rinunciato all’appello non per pentimento, ma per restare regista anche dopo la condanna dell’omicidio di Giulia Cecchettin, per controllare ancora la narrazione. Argentino, l’uomo che non sopportava l’idea che Sara Campanella non lo volesse, l’ha perseguitata, l’ha uccisa e poi si è tolto la vita in carcere, scegliendo anche la propria uscita di scena. Un suicidio che non è gesto di rimorso, ma la pretesa di decidere perfino come far calare il sipario. In tutti questi casi non c’è amore. La donna che dice ‘no’ diventa la prova vivente della sconfitta. E l’uomo, pur di non sopportare quell’immagine, preferisce distruggerla.

1 Comment

  1. E’ scioccante vedere fino a che punto può arrivare la follia umana. Pam è stata un simbolo di coraggio, ma l’idea che lui potesse sentirsi così in diritto di possederla è devastante. Questo è il risultato di una società che ancora non capisce che l’amore è libertà, non possesso. Non basta più dire basta, bisogna agire!

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