Indagine su cecchini italiani durante la guerra in Bosnia
Milano, 11 novembre 2025 – Il varco dei “cacciatori di uomini”, punto d’accesso per i Balcani insanguinati dalla guerra, era Trieste. Da lì sarebbero partiti i viaggi dell’orrore, di italiani che negli anni ’90 pagavano per raggiungere Sarajevo sotto assedio, unirsi ai cecchini delle milizie serbo-bosniache e sparare contro civili inermi, tra cui donne e bambini, in un “safari” criminale, riporta Attuale.
I viaggi avvenivano in aereo fino a Belgrado, proseguendo con elicotteri o veicoli verso Pale e Sarajevo, ma anche a Mostar, dove, secondo alcune testimonianze, sono stati notati “tiratori turistici”. Un ruolo significativo nell’organizzazione avrebbe avuto Jovica Stanisic, ex capo del servizio di sicurezza della Serbia, condannato a 15 anni di carcere all’Aia per crimini di guerra nella ex Jugoslavia.
“L’operazione ha richiesto una logistica significativa”, ha dichiarato l’ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca Edin Subasic. È uno dei testimoni che a breve potrebbero essere ascoltati dal pm di Milano Alessandro Gobbis, il quale ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di omicidio volontario aggravato dai motivi abietti: si tenterà di dare un nome agli italiani che negli anni ’90 sarebbero partiti per andare a sparare a Sarajevo, tornando poi alla loro vita quotidiana dopo brevi “battute di caccia”, pagate fino all’equivalente di 100mila euro di oggi.
Le dichiarazioni di Subasic sono contenute in un esposto che il giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni ha presentato nei mesi scorsi, con la collaborazione degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, alla Procura di Milano. “Per il modo in cui tutto era organizzato – ha spiegato l’ex 007 – i servizi bosniaci ritenevano che dietro a tutto ci fosse il servizio di sicurezza statale serbo e che fosse coinvolto anche il servizio di intelligence militare serbo con l’assistenza di comandanti serbi nella parte occupata”. A ciò si aggiungono possibili complici in Italia, in particolare Piemonte, Lombardia e Triveneto. Subasic ha ipotizzato che per gli spostamenti Trieste-Belgrado si utilizzassero velivoli “dell’ex compagnia aerea serba di charter e turismo Aviogenex”, fallita da anni e che all’epoca “aveva una filiale” in Friuli.
Secondo il testimone, quindi, “gruppi di cacciatori” italiani e stranieri “si riunivano a Trieste e da lì arrivavano in Serbia, e poi dalla Serbia a Sarajevo”. Gavazzeni, nel suo esposto, riporta uno scambio di email del 2024 in cui l’ex 007 scrive: “Ho appreso del fenomeno alla fine del 1993 dai documenti del servizio di sicurezza militare bosniaco sull’interrogatorio di un volontario serbo catturato (…) Ha testimoniato che 5 stranieri hanno viaggiato con lui da Belgrado alla Bosnia Erzegovina (almeno tre di loro erano italiani)”.
All’epoca, ha raccontato, “condividemmo le informazioni con gli ufficiali del Sismi (ora Aisi) a Sarajevo perché c’erano indicazioni che gruppi turistici di cecchini/cacciatori stavano partendo da Trieste”, e ci sarebbe stato un intervento per bloccare i viaggi. Ha parlato di “un uomo di Torino, uno di Milano e l’ultimo di Trieste”: quello milanese era “proprietario di una clinica privata specializzata in interventi di tipo estetico”. Nell’esposto si fa riferimento a “soffiate” anche sul tariffario dell’orrore: “i bambini costavano di più, poi gli uomini (meglio in divisa e armati), le donne e infine i vecchi che si potevano uccidere gratis”.
Dichiarazioni al vaglio del pm Gobbis che nelle prossime settimane, nell’ambito dell’indagine affidata ai carabinieri del Ros, inizierà ad ascoltare testimoni, scavando anche fra i documenti su una pagina buia della storia. La speranza è quella di riuscire a dare un nome agli impuniti “cecchini del weekend” e trovare elementi in grado di portare a una svolta, trent’anni dopo i fatti. Persone vicine ad ambienti dell’estrema destra, che avrebbero agito “con la copertura dell’attività venatoria” e con soldi da spendere. “Sono tutti appartenenti alla cerchia delle persone ricche – è un passaggio del racconto di Subasic –, probabilmente influenti nelle loro comunità”.