Cittadini keniani reclutati con l’inganno per lavori ben retribuiti in Russia sono stati invece inviati a combattere nella guerra contro l’Ucraina. Il 23 dicembre 2025 Bloomberg ha riferito che le autorità di Nairobi stanno indagando su una rete criminale organizzata che avrebbe convinto decine di persone a partire con offerte di impiego civile, trasformate poi in arruolamenti forzati nell’esercito russo, come emerge dall’inchiesta su keniani reclutati con false offerte di lavoro in Russia e finiti in Ucraina.
Secondo le prime informazioni ufficiali, ad alcuni reclutati era stato promesso uno stipendio mensile di circa 250.000 scellini keniani, pari a quasi 2.000 dollari. Una volta arrivati in Russia, però, sarebbero stati inseriti nei ranghi militari e inviati al fronte dopo pochi giorni di addestramento di base. Parte di loro risulta già uccisa nei combattimenti.
Le famiglie parlano di “carne da cannone”
I parenti dei keniani coinvolti sospettano che i loro familiari siano stati usati come “carne da cannone”. L’avvocato Wainaina Ngugi, che rappresenta cinque famiglie della città di Ruaka, ha affermato che i giovani partiti non erano consapevoli di essere destinati a una zona di guerra.
Ngugi ha spiegato che alcune offerte di lavoro provenivano dal direttore generale della società Savina Consultancy Tours & Travel Ltd., Samuel Ngunju. Secondo il legale, gli spostamenti da Nairobi verso la Russia venivano gestiti da agenti con libero accesso all’aeroporto internazionale, in grado di accompagnare i reclutati attraverso i controlli migratori senza ostacoli.
Il ruolo dei visti e delle strutture diplomatiche
Un elemento particolarmente sensibile riguarda il rilascio di visti. Secondo le testimonianze raccolte, i servizi consolari dell’ambasciata russa a Nairobi avrebbero emesso visti elettronici a ingresso singolo, validi per 30 giorni, per alcuni dei cittadini keniani diretti in Russia.
Questo dettaglio ha rafforzato i sospetti sulla consapevolezza, se non sul coinvolgimento, di strutture ufficiali russe nella facilitazione dei viaggi. Anche in assenza di un’ammissione formale di responsabilità, l’uso di canali diplomatici per sostenere spostamenti legati a un arruolamento occulto ha sollevato forti interrogativi a livello internazionale.
Un fenomeno che rivela una rete transnazionale
Il ministero degli Esteri del Kenya ha dichiarato che almeno 200 cittadini sarebbero stati reclutati con l’inganno nelle forze armate russe. Il procuratore generale Kennedy Amwayi ha confermato che l’unità per le indagini criminali sta esaminando l’esistenza di una rete transnazionale che coinvolge agenzie di collocamento e società locali in coordinamento con strutture russe.
Le autorità keniane descrivono il meccanismo come una filiera ben organizzata, con intermediari, documenti preparati in anticipo e una logistica che rende improbabile il funzionamento del sistema senza coperture e interessi condivisi.
La guerra oltre l’Europa e il ricorso a reclute straniere
Il caso dei keniani evidenzia come la guerra della Russia contro l’Ucraina abbia ormai superato i confini europei. Mosca sta attingendo a bacini di popolazione lontani dal fronte, sfruttando vulnerabilità economiche e sociali in Paesi africani segnati da disoccupazione e scarse opportunità.
Nel novembre 2025, funzionari ucraini avevano stimato che oltre 1.400 cittadini provenienti da più di trenta Paesi africani combattessero nelle file russe. In precedenza erano emerse accuse di reclutamento anche in Sudafrica e Botswana, segno di una pratica sistemica e non episodica.
Perdite esterne e crisi di personale militare
Secondo analisti e osservatori, l’impiego di stranieri consente al Cremlino di ridurre il costo politico interno della guerra. Le perdite tra cittadini non russi suscitano meno reazioni nell’opinione pubblica nazionale, permettendo di prolungare le operazioni militari con un impatto sociale attenuato.
Allo stesso tempo, il ricorso a reclutamenti ingannevoli indica una profonda crisi di personale nelle forze armate russe. Le gravi perdite subite sul campo costringono Mosca a cercare risorse umane all’estero, ignorando limiti giuridici e morali e confermando il carattere logorante e prolungato del conflitto.