Proteste in Iran: Un bollettino di sangue dopo otto giorni di scontri
Le proteste in Iran, iniziate dai bazar di Teheran contro l’inflazione crescente, segnano un tragico bilancio con sarebbero sedici le persone uccise, inclusi membri delle forze di sicurezza. Alcuni rapporti indicano addirittura quindici vittime, mentre decine di manifestanti sono rimasti feriti, riportano Attuale.
Il comandante delle forze di polizia, Ahmad Reza Radan, annuncia in televisione che «nelle ultime due notti sono iniziati arresti mirati di leader che incitavano il popolo». Secondo Radan, tali incitatori avrebbero confessato di aver ricevuto «dollari» per fomentare il disordine. Critiche all’operato del governo giungono da attivisti come Samira, che risponde: «Le dichiarazioni sotto torchio sono un classico».
La narrazione ufficiale è orchestrata dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che ha mostrato comprensione per le frustrazioni dei commercianti, promettendo di affrontare i problemi economici. Nonostante ciò, invita a non politicizzare le manifestazioni, già considerate infiltrate da agenti esterni e nemici come Israeliani e Americani.
Dopo otto giorni di spirali di violenza, i manifestanti hanno intensificato le loro azioni, estendendosi a oltre 170 località. Violenti scontri si sono verificati nel centro di Teheran, in particolare attorno al Gran Bazar e ad altri centri commerciali. Le forze di sicurezza rispondono a colpi di lacrimogeni e cariche, mentre aree centrali vengono trasformate in campi di battaglia con cassonetti in fiamme e barricade attorno alle università.
Tra le vittime si segnala la tragica notizia di Saghar Etemadi, una ventiduenne colpita al volto dalle forze dell’ordine, morta in ospedale dopo aver espresso su Instagram la sua paura di perde la vita. Il caos si intensifica mentre il regime tenta di sedare la rivolta con promesse e indennizzi, ma il dissenso continua a crescere tra la popolazione stanca di aspettare un cambiamento. Il principe in esilio Reza Pahlavi ha elogiato il coraggio dei manifestanti, mentre la comunità internazionale osserva con preoccupazione.
Nel contesto di queste tensioni interne, le domande su un possibile intervento esterno si intensificano. L’ex presidente americano Trump, infatti, sembra accennare a una strategia simile a quella applicata in Venezuela, ma esperti avvertono che la situazione in Iran è complessa e diversa. Nonostante il clamore, un intervento militare americano non garantirebbe la fine della teocrazia iraniana, poiché il regime appare ben radicato e organizzato, con una rete di potere intricata pronta a reagire.