Proteste in Iran: i numeri delle vittime continuano a salire
Le organizzazioni non governative sono impegnate a identificare le numerose vittime dei massacri perpetrati dagli apparati repressivi della Repubblica islamica, riporta Attuale.
Uno sforzo costante per mantenere viva la memoria delle vittime. Si svolge un lavoro di raccolta dati per garantire che i nomi, le storie e le vite degli iraniani uccisi non diventino solo numeri in costante aumento. Le Guardie rivoluzionarie sotto il comando di Ali Khamenei hanno colpito a morte uomini, donne e giovani, che stavano protestando per diritti fondamentali, come spiega Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights: «Facciamo questo lavoro di raccolta per ricordare al mondo che erano persone come noi, che erano in strada a protestare per chiedere una vita normale». In risposta a queste manifestazioni pacifiche, sono stati trovati di fronte a guardie armate pronte a sparare per mantenere il regime in vita.
Fino ad oggi, sono stati identificati 648 morti. Moghaddam avverte che le cifre provenienti dall’interno del Paese potrebbero essere ben più alte: «Saranno migliaia». La situazione è ulteriormente complicata dalla mancanza di comunicazioni e dall’assenza di Internet, che impediscono una chiara comprensione di ciò che accade nelle città iraniane. Tuttavia, alcune storie iniziano a trapelare. Rubina Aminian, una studentessa di moda di Teheran, è tra le vittime identificate. Uccisa mentre partecipava a una manifestazione, il suo omicidio rappresenta un caso emblematico di come il regime represse le voci dissenzienti.
Il movimento femminile del Paese ha pagato un alto prezzo. Tra le vittime ci sono più uomini identificati rispetto alle donne, ma i timori sono che i rapporti da Teheran possano rivelare numeri significativi di ragazze uccise, seguendo le recenti notizie di altre due studentesse cadute durante le proteste.
Akram Pirgazi, una madre di due bambine, è stata la prima donna identificata nella lista delle vittime; uccisa il 7 gennaio durante una manifestazione a Nishapur. Anche Amir Mohammad Koohkan, un allenatore di calcio a cinque di 26 anni, ha perso la vita il 3 gennaio. Purtroppo, le famiglie delle vittime si vedono costrette a pagare ingenti somme per il rilascio dei corpi, mentre si trovano ad affrontare una repressione che non accenna a diminuire.
Altre storie emergono, come quella di Amirali Heidari, un ragazzo di 17 anni ucciso l’8 gennaio, e di Ako Mohammadi, 22 anni, anch’egli vittima di violenze da parte delle forze di sicurezza. Mentre la situazione continua a deteriorarsi, il regime iraniano tenta di silenziare e nascondere le verità scomode, ma le storie di coraggio e resistenza non smettono di arrivare.
Il quadro complessivo mostra che ci sono stati almeno 250 corpi fotografati davanti a un obitorio a Teheran, evidenziando la gravità della crisi in corso. Ci si aspetta che la pressione internazionale aumenti mentre nuove informazioni e testimonianze continuano a emergere, richiamando l’attenzione sull’urgente necessità di proteggere i diritti umani in Iran.