Blitz dell’FBI sulla casa della giornalista del Washington Post
Il 12 gennaio 2026, l’FBI ha eseguito una perquisizione nell’abitazione di Hannah Natanson, reporter del Washington Post, nel Virginia. L’operazione è stata condotta in relazione a un’inchiesta sulla possibile condivisione di segreti governativi, senza che la giornalista risultasse indagata. I funzionari hanno confiscato un telefono e uno smartwatch durante l’intervento, riporta Attuale.
Natanson, nota per la sua copertura riguardante le politiche di riduzione del personale avviate dall’ex presidente Donald Trump, si trovava nel suo appartamento al momento dell’irruzione. Gli agenti hanno analizzato i suoi dispositivi elettronici come parte di un’indagine mirata. Le indagini riguardano Aurelio Perez-Lugones, un amministratore di sistema del Maryland che ha accesso a documenti classificati e che è stato accusato di aver portato a casa rapporti di intelligence riservati.
Negli Stati Uniti, sebbene l’FBI conduca regolarmente indagini su fughe di notizie, le perquisizioni di abitazioni sono eventi molto rari. Di solito, tali indagini avanzano tramite l’analisi dei contenuti telefonici o delle e-mail dei giornalisti. Il Washington Post ha descritto questa manovra come «altamente insolita e aggressiva», suscitando critiche da parte di gruppi per la libertà di stampa, che l’hanno definita una “tremenda intrusione” da parte dell’amministrazione Trump.
In un recente articolo, Natanson ha sottolineato la sua rete di oltre mille fonti, principalmente funzionari pubblici, attivi nel fornire informazioni rilevanti. Questo elemento rende l’incidente particolarmente preoccupante: la perquisizione non colpisce solo un individuo ma invia un chiaro segnale all’intero ecosistema delle fonti giornalistiche.
Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Institute presso la Columbia University, ha qualificato l’episodio come «estremamente preoccupante», ponendo l’accento sugli effetti negativi che potrebbe avere sulla pratica giornalistica legittima. Secondo la presa di posizione di Jaffer, esistono limiti cruciali all’autorità del governo in relazione alle perquisizioni che interessano attività di stampa protette dal Primo Emendamento.
Il contesto politico è significativo: nel 2025, l’amministrazione Trump ha revocato una politica dell’era Biden che limitava severamente il Dipartimento di Giustizia nell’ottenere dati dai reporter nelle inchieste sulle fughe di notizie. La procuratrice generale Pam Bondi ha giustificato questa mossa come necessaria per tutelare informazioni sensibili e perseguire divulgazioni non autorizzate. Negli Stati Uniti, la stampa è tutelata dal Primo Emendamento, e la protezione delle fonti è essenziale per rivelare abusi e malversazioni. Quando lo stato passa dalla ricerca di prove alla pressione diretta sui giornalisti, si oltrepassa un confine fondamentale del Primo Emendamento. Come ha affermato l’ex direttore del Washington Post, Marty Baron, l’irruzione appare «un segnale chiaro e inquietante» di un’amministrazione pronta a sfidare i limiti in un confronto con la stampa indipendente.