Rivedere il calendario scolastico: il turismo non può essere la priorità

30.01.2026 12:45
Rivedere il calendario scolastico: il turismo non può essere la priorità

Non è la prima volta che il calendario scolastico italiano si colloca al centro del dibattito pubblico. È però raro che accada partendo dal turismo. Eppure è da lì che, nelle ultime settimane, si è riaperta la discussione: meno vacanze estive, pause redistribuite durante l’anno, un avvicinamento ai modelli europei per rendere il Paese più “abitabile” dodici mesi su dodici. Una proposta che, detta così, sembra parlare di flussi, presenze, stagioni. Ma che in realtà tocca un nervo molto più profondo: il rapporto tra scuola e vita reale., riporta Attuale.

La proposta parte dal ministero del Turismo

A rendere questa discussione particolarmente indicativa è anche la voce da cui è partita. La proposta arriva dalla ministra del Turismo Daniela Santanchè, non dal mondo della scuola né da quello delle politiche sociali. Non è un dettaglio. Che sia il turismo a riaprire il dossier sul calendario scolastico dice molto su come, oggi, vengano individuate le priorità: non a partire dai bisogni educativi o dalla trasformazione delle famiglie, ma dall’esigenza di rendere più efficiente un settore economico considerato strategico.

Obiettivo della proposta: distribuire i flussi turistici lungo tutto l’anno.

Santanchè parla di destagionalizzazione, di flussi da distribuire lungo l’anno, di territori da far funzionare oltre i picchi estivi. Una visione coerente con il suo mandato, ma che rischia di semplificare un sistema complesso. La scuola, in questo schema, entra come variabile organizzativa: un meccanismo da spostare di qualche settimana per correggere squilibri di mercato. È qui che il ragionamento mostra il suo limite. Quando l’istruzione viene chiamata in causa soprattutto come leva economica, la sostenibilità sociale rischia di restare sullo sfondo. Il punto, infatti, non è difendere a priori le vacanze lunghe, né demonizzarle. Il punto è riconoscere che il calendario scolastico italiano è figlio di un’altra organizzazione sociale. Di famiglie con un solo percettore di reddito, di lavori stagionali e scanditi, di una divisione dei ruoli che oggi non esiste più.

Tre mesi senza scuola non sono più tre mesi di libertà

Tre mesi senza scuola non sono più, da tempo, tre mesi di libertà. Sono tre mesi di gestione complessa, di incastri forzati, di soluzioni a pagamento. Centri estivi, babysitter, nonni supplenti, ferie spezzettate. La scuola che chiude così a lungo non sospende solo la didattica: sospende un presidio sociale essenziale, soprattutto per le famiglie che non hanno reti di supporto o margini economici. Su questo punto, la distanza tra il calendario e la vita quotidiana è diventata strutturale.

Ragionare su una redistribuzione delle pause, dunque, non è un’eresia. È probabilmente una necessità. Ma se la revisione del calendario viene incardinata prima di tutto su una strategia economica, il rischio è di affrontare il problema dal lato sbagliato. La domanda da porsi non dovrebbe essere come la scuola possa aiutare l’economia, ma come il sistema scolastico possa tornare a essere sostenibile per la società che lo attraversa ogni giorno.

Il confronto impietoso con l’Europa

Guardare all’Europa può essere utile, ma solo se lo si fa senza scorciatoie. Nei modelli più diffusi, la pausa estiva è più breve, ma il calendario è spezzato da interruzioni distribuite durante l’anno. Non meno scuola, ma scuola organizzata diversamente. Una continuità che tutela l’apprendimento, riduce la perdita di competenze, alleggerisce l’impatto delle chiusure prolungate e rende la gestione familiare meno concentrata e meno iniqua.

In Italia, però, ogni ipotesi di riforma si scontra con un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: le condizioni materiali delle scuole. Edifici pensati per chiudere in estate, aule senza climatizzazione, problemi di isolamento termico, riscaldamenti inadeguati nei mesi freddi. Chiedere alla scuola di restare aperta più a lungo, o di spostare attività verso giugno e settembre, senza intervenire sulle strutture significa trasferire il costo del cambiamento su chi lavora e studia dentro quegli spazi.

Il nodo dell’autonomia

C’è poi la questione dell’autonomia. Il calendario scolastico è regionale e ogni territorio ha specificità climatiche, sociali, produttive. Un allineamento non può essere imposto per decreto, né ridotto a una media europea. Deve essere il risultato di un confronto reale, che tenga insieme scuola, famiglie, enti locali. Altrimenti rischia di restare una bandiera politica, buona per aprire il dibattito ma incapace di produrre soluzioni.

Forse, allora, la discussione sul calendario scolastico è l’occasione per una domanda più ampia: che ruolo ha oggi la scuola nella vita del Paese? È ancora pensata come un’istituzione che accompagna il tempo delle persone o continua a funzionare secondo schemi che non corrispondono più al presente?

Rivedere il calendario non è un tabù. Ma farlo partendo dal turismo rischia di essere un errore di prospettiva. La scuola non è una leva accessoria di politica economica: è un’infrastruttura sociale. E come tale andrebbe ripensata, non per rendere più fluide le vacanze, ma per rendere più sostenibile la vita.

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