Il 2 febbraio 2026 il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha nuovamente evocato la possibilità dell’uso di armi nucleari, dichiarando che Mosca ricorrerebbe a questo strumento solo qualora fosse in gioco la “sopravvivenza dello Stato”. Le affermazioni sono state rilasciate nel corso di un’intervista diffusa attraverso canali ufficiali e piattaforme filo-militari, in un formato studiato per raggiungere contemporaneamente il pubblico interno e quello internazionale.
Medvedev ha sostenuto che la Russia non sarebbe interessata a un conflitto globale e che il mancato utilizzo dell’arma nucleare fino a oggi dimostrerebbe l’assenza di minacce esistenziali reali. Allo stesso tempo, ha ribadito che la dottrina nucleare russa resta il riferimento unico e che non vi sarebbe necessità di ulteriori chiarimenti, una posizione ribadita anche in una delle dichiarazioni ufficiali diffuse su canali statali russi.
Questa combinazione di rassicurazioni formali e avvertimenti estremi rientra in una strategia comunicativa ormai consolidata, che mira ad alzare il livello di allerta senza tradurlo in decisioni operative immediate. Il messaggio è calibrato per suggerire determinazione assoluta, mantenendo però margini di ambiguità.
Messaggi per l’Occidente e mobilitazione dell’opinione pubblica interna
Sul piano internazionale, la retorica nucleare ha una chiara funzione politico-psicologica. Evocare lo scenario estremo serve a indurre governi e opinioni pubbliche occidentali a riflettere sul costo di un sostegno prolungato a Kyiv, sfruttando la sensibilità europea e statunitense verso il rischio di escalation nucleare. In questo senso, le parole di Medvedev puntano più all’effetto deterrente che alla preparazione di un’azione concreta.
Parallelamente, il messaggio è rivolto alla società russa. Presentare il Paese come sotto una minaccia “esistenziale” contribuisce a rafforzare la narrativa dell’assedio, giustificando sacrifici economici e restrizioni sociali. L’idea di una Russia capace di imporre le proprie condizioni anche attraverso il richiamo all’arma nucleare alimenta un senso di grandezza e resilienza nazionale.
Il coinvolgimento di canali mediatici radicali e di piattaforme legate all’ecosistema Z-propaganda, accanto alle agenzie ufficiali, indica una comunicazione a più livelli. Questa impostazione consente al Cremlino di apparire serio e responsabile verso l’esterno, mentre all’interno mantiene alta la tensione emotiva, come emerge anche da un’ulteriore dichiarazione rilanciata su circuiti informativi ufficiali.
Medvedev come “voce dura” e test delle reazioni occidentali
Nel sistema di potere russo, Medvedev non rappresenta un centro decisionale autonomo, ma svolge il ruolo di amplificatore delle posizioni più radicali. Le sue dichiarazioni aggressive permettono a Vladimir Putin di mantenere un profilo relativamente più misurato, lasciando spazio a una gestione flessibile della retorica ufficiale. In questo modo, Mosca può sondare le reazioni occidentali senza impegnarsi formalmente in un’escalation irreversibile.
Questa funzione di “test” è particolarmente evidente nel contesto dei negoziati sul controllo degli armamenti. Le dichiarazioni di Medvedev coincidono con l’avvicinarsi della scadenza del trattato New START, mentre la Russia segnala una disponibilità astratta al dialogo evitando però di entrare nel merito delle condizioni. Un’ulteriore presa di posizione in questo senso è stata diffusa attraverso un’altra comunicazione ufficiale, rafforzando il messaggio di ambiguità strategica.
Nel complesso, la rinnovata enfasi sulla minaccia nucleare non appare legata a sviluppi militari immediati, ma si inserisce in una linea di condotta di lungo periodo. La combinazione di segnali diplomatici e intimidazioni estreme conferma che la dimensione nucleare resta uno strumento di coercizione politica. Per l’Occidente e per l’Ucraina, la sfida principale rimane quella di evitare che tale retorica si traduca in concessioni politiche senza un cambiamento reale del comportamento di Mosca.