Gli effetti del conflitto in Medio Oriente stanno colpendo gravemente i paesi asiatici

26.03.2026 17:05
Gli effetti del conflitto in Medio Oriente stanno colpendo gravemente i paesi asiatici

Costo energetico e crisi dei rifornimenti in Asia: conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz

La situazione attuale causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, attuato dall’Iran in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani in corso nella guerra mediorientale, ha già avuto un impatto concreto sui mercati asiatici. Circa l’84 per cento del petrolio e l’83 per cento del gas naturale liquefatto transitano attraverso questo strategico passaggio, destinato principalmente all’Asia. I primi effetti si fanno sentire: carburanti ed energia cominciano a scarseggiare in numerosi paesi, mentre l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio contribuisce a far lievitare i costi di beni essenziali, incluso il cibo, riporta Attuale.

Diverse nazioni del continente hanno già ridotto le loro stime di crescita per il 2026 a causa di questa crisi, ma una prolungata interruzione potrebbe innescare instabilità politica, con manifestazioni che sono già iniziate in India e nel sudest asiatico contro i rispettivi governi.

La dipendenza da petrolio e gas mediorientali colpisce in particolare Indonesia, Malaysia, Filippine, Sri Lanka, Vietnam, Thailandia, Bangladesh, Corea del Sud e Giappone. Eccezioni parziali si registrano in Singapore e Brunei, grazie a produzioni e raffinazioni locali. La Cina, invece, ha una rete di fornitori più diversificata e riserve maggiori.

Il rincaro dei prezzi dell’energia in questi paesi risulta persino superiore alle quotazioni internazionali, a causa della domanda pressante rispetto all’offerta. A exacerbante la crisi è la svalutazione delle valute locali rispetto al dollaro americano, poiché i carburanti e le merci vengono acquistati in questa valuta. La rupia indiana, ad esempio, ha subito un calo di quasi il 10 per cento in un anno, e le energie sono raddoppiate per i consumatori finali nel medesimo periodo.

Oltre ai prezzi elevati, uno dei problemi principali è la difficoltà nel reperire fornitori di petrolio. Molti governi temono che, in assenza di miglioramenti, le scorte nazionali potrebbero esaurirsi entro uno o due mesi.

In risposta, sono state attivate misure di emergenza: in Sri Lanka, il governo ha introdotto una settimana lavorativa ridotta a quattro giorni per risparmiare carburante. In Pakistan, le scuole sono state chiuse per due settimane e sono state imposte tasse aggiuntive sul carburante per controllare i consumi; addirittura, il campionato di cricket si giocherà a porte chiuse, un evento di grande rilevanza sociale.

Le Filippine, che ricevono oltre il 90 per cento del petrolio dai paesi arabi, sono in una situazione critica, con riserve che potrebbero esaurirsi in 45 giorni. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha dichiarato l’emergenza energetica, consentendo al governo di deviare le risorse per l’acquisto di carburante e attuando misure di razionamento.

In Thailandia, il settore del turismo ha già subito un calo del 10 per cento a causa dei tagli ai voli e delle carenze nei rifornimenti, mentre la crisi sta causando anche code nei distributori e misure per limitare il consumo di energia, come l’uso ridotto degli ascensori.

Anche in Cambogia e Bangladesh, le misure di razionamento sono già in atto, con stazioni di servizio chiuse e lunghe attese per l’approvvigionamento di carburante. Le proteste degli agricoltori per l’aumento dei prezzi dei carburanti si diffondono, e il costo del cibo rischia di aumentare a causa dell’incremento delle spese di produzione e trasporto.

La Malaysia, pur essendo produttrice di petrolio, importa ancora il petrolio raffinato e ha dovuto introdurre sovvenzioni per mitigare l’impatto sulla popolazione. La vera preoccupazione riguarda i fertilizzanti, essenziali per l’agricoltura, la cui fornitura dipende dal passaggio dello Stretto di Hormuz.

In India, la difficoltà principale risiede nel reperimento di gas per cucinare; mentre il governo indiano è riuscito a ottenere forniture di petrolio russo senza incorrere in sanzioni statunitensi, le scorte di gas scarseggiano. Ristoranti e hotel sono colpiti: un quinto di quelli di Mumbai ha chiuso parzialmente e molte industrie del settore ceramico nel Gujarat hanno fermato la produzione.

Nell’insieme, India e Pakistan risentono dell’interruzione delle rimesse dai cittadini lavoratori all’estero, penalizzando ulteriormente le loro economie. Entrambi i paesi dipendono notevolmente dalle rimesse per sostenere le loro famiglie e mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.

Fronti di mobilitazione sono già stati attivati da vari governi asiatici, spaventati dalla possibilità che le proteste economiche possano trasformarsi in manifestazioni politiche di vasta portata, come passato recente ha dimostrato in paesi quali Bangladesh e Sri Lanka.

In Corea del Sud e Giappone, pur avendo strutture economiche più solide, anche la loro dipendenza dai rifornimenti energetici medio-orientali rappresenta una seria preoccupazione. Il governo sudcoreano ha introdotto provvedimenti di risparmio energetico, mentre il Giappone ha iniziato a rilasciare 80 milioni di barili dalle proprie riserve, valutando ulteriori misure per sostenere la propria valuta nazionale.

1 Comment

  1. Incredibile che un paese come l’Indonesia, così ricco di risorse, si trovi in queste difficoltà!!! La crisi energetica sta colpendo duro e ci si deve chiedere: come farà il governo a gestire il malcontento popolare? Tanti sperano che questo non porti a destabilizzazioni…

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