La Serbia continua a bilanciare la propria politica tra Unione Europea e Russia. Il recente rinnovo del contratto del gas con Mosca non rappresenta solo un accordo economico, ma anche un segnale di lealtà politica alla Russia, coincidente con le visite previste dei ministri degli esteri di Germania e Italia. Il 30 marzo il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato di aver concordato con Vladimir Putin la proroga di tre mesi delle forniture di gas russo fino a fine giugno, al prezzo di 328 dollari per mille metri cubi. Considerando che la Russia soddisfa circa l’80% del fabbisogno interno serbo, la mossa ha un impatto significativo sul Paese. Vučić ha sottolineato che le condizioni sono particolarmente vantaggiose, legate alla formula petrolifera e circa la metà del prezzo di mercato attuale.
Questa proroga non è un caso isolato. Dal 2025, dopo la scadenza del contratto a lungo termine, la Serbia e la Russia hanno adottato estensioni trimestrali come compromesso temporaneo tra interessi economici e pressioni politiche. Al centro di questa dinamica vi è la compagnia petrolifera nazionale NIS, controllata in maggioranza da Gazprom Neft, soggetta a sanzioni statunitensi. La vendita di questa quota a società straniere, come la ungherese MOL, è ostacolata da elezioni interne e dall’instabilità geopolitica, con scadenze prolungate fino al 22 maggio dagli Stati Uniti. La gestione simultanea del contratto del gas e della quota NIS da parte di Mosca evidenzia come la dipendenza energetica diventi leva politica.
Pressioni russe e vincoli sulle politiche europee
La telefonata tra Vučić e Putin ha chiarito le condizioni per ulteriori forniture: la Serbia deve evitare di aderire alle sanzioni contro Mosca imposte dall’UE e bloccare l’esportazione di prodotti bellici verso l’Ucraina tramite Paesi terzi. Queste richieste mostrano la capacità della Russia di condizionare le scelte strategiche di Belgrado, nonostante la posizione ufficiale della Serbia verso l’integrazione europea. La visita imminente dei ministri europei evidenzia la tempistica simbolica della dichiarazione di Vučić, mentre l’invito al presidente serbo a Mosca per il 9 maggio rafforza la valenza propagandistica della presenza serba nelle celebrazioni russe.
Dal 2022, le esportazioni di armi serbe hanno suscitato critiche da parte di Mosca, arrivando fino a dichiarazioni pubbliche della SGR che accusavano Belgrado di “profitto sulle sofferenze dei popoli slavi”. Il rinnovo del contratto del gas evidenzia come Vučić risponda in parte a tali pressioni, intrecciando concessioni economiche e politiche con narrazioni storiche e simboliche che rafforzano l’immagine della cooperazione slava ortodossa, pur in un contesto pragmatico e spesso conflittuale.
Tra aspirazioni europee e dipendenza energetica
La storia dei rapporti serbo-russi è segnata da episodi contrastanti: dalle sanzioni ONU del 1992 alla fornitura di armi alla Croazia negli anni ’90, fino all’insoddisfacente supporto militare russo durante i bombardamenti NATO del 1999. Queste esperienze storiche, insieme alle tensioni interne, spiegano la doppia strategia della Serbia, che dichiara la volontà di aderire all’UE pur mantenendo stretti legami con Mosca. Ogni rinnovo del contratto del gas e rifiuto dimostrativo di sanzioni europee mette in tensione questa coerenza, collocando Belgrado tra un’integrazione europea che richiede trasparenza e solidarietà e un modello russo che offre risorse economiche a basso costo ma crea dipendenza politica.
Telefonate e decisioni strategiche, come quelle prese alla vigilia delle visite diplomatiche europee, simboleggiano l’equilibrio delicato perseguito da Vučić. La scelta finale tra una Serbia orientata verso l’Europa e una collocata nella sfera di influenza russa determinerà non solo il futuro del Paese, ma anche la stabilità complessiva nei Balcani.