Marittimo italiano torna in patria dopo un mese di attesa nel Golfo Persico
Martedì sera Mirko Gitto, comandante di un rimorchiatore nel porto di Ras Laffan, in Qatar, è finalmente riuscito a tornare in Italia dopo un mese di permanenza in mare, nascosto a causa dei ripetuti attacchi iraniani contro i paesi del Golfo. Il suo ritorno è stato possibile grazie all’intervento della guardia costiera qatariota, che lo ha soccorso e portato in ospedale a seguito di un malore. «È stato un mese di stress costante, non ce la facevo più. Non si sta parlando abbastanza delle condizioni degli equipaggi bloccati», ha dichiarato Gitto, riporta Attuale.
Nelle ultime due settimane, almeno un centinaio di marittimi italiani hanno trovato modi alternativi per raggiungere la terraferma e prendere un volo per l’Italia; tuttavia, circa cinquanta di loro restano ancora intrappolati nel Golfo Persico, secondo le stime di Confitarma, la confederazione degli armatori.
Questi marittimi, che comprendono marinai, ufficiali, motoristi ed elettricisti, sono bloccati sulle loro navi da quando gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran, il quale ha risposto attaccando i paesi del Golfo e chiudendo lo stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Questo stretto, largo appena 30 chilometri, è cruciale per il trasporto navale e separa la penisola arabica dalle coste dell’Iran, fungendo da unico collegamento tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Attraverso di esso passa la maggior parte del petrolio e del gas estratti dai paesi del Golfo e destinati al resto del mondo.
In condizioni di normalità, circa 120 navi transitano quotidianamente attraverso lo stretto di Hormuz, ma da quando è diventato una zona di guerra, il numero di navi autorizzate al passaggio è sceso a sole quattro o cinque al giorno, con il rischio di essere colpite da missili o droni. Dalla fine di febbraio, almeno dieci navi commerciali sono state colpite o coinvolte in attacchi; attualmente, circa 1.100 grandi navi di nazioni non coinvolte nel conflitto sono bloccate nel Golfo, tra cui portacontainer e petroliere.
Tra le navi intrappolate, solo una è gestita da una compagnia di navigazione italiana: la Grande Torino, della Grimaldi, attualmente al largo delle coste di Abu Dhabi, dopo uno scalo in Kuwait. Altre navi del gruppo Grimaldi, dirette verso il Golfo Persico, sono state dirottate verso porti alternativi prima di tentare il passaggio attraverso lo stretto. «Ci sono anche altre navi di interesse italiano, ma non battono bandiera italiana», ha dichiarato Luca Sisto, direttore generale di Confitarma. «Siamo in continuo contatto con la nostra Marina e la guardia costiera; al momento non abbiamo molte preoccupazioni, ma stiamo considerando tutti gli scenari, anche quelli che prevedono un blocco prolungato».
Un problema rilevante, secondo Mirko Gitto, è la carenza di cibo e acqua a bordo delle navi più grandi. Le portacontainer e le navi gasiere, più vulnerabili agli attacchi, possono accedere raramente ai porti, che sono congestionati e militarizzati. Le imbarcazioni più piccole ricevono forniture ogni due settimane, ma solo per sei ore. Gitto, l’unico italiano a bordo, comanda un equipaggio di otto persone composto da indonesiani, filippini, russi e inglesi: «Rimaniamo tutto il giorno sotto coperta perché stare all’aperto è rischioso. Gli attacchi sono frequenti e c’è il rischio di essere colpiti da detriti di droni intercettati».
Le compagnie navali consigliano ai comandanti di non muoversi, ma anche i movimenti sono complicati a causa delle interferenze nei sistemi satellitari usati per seguire le rotte. Il 19 marzo, l’Iran ha lanciato missili contro l’impianto di gas naturale di Ras Laffan, nel luogo in cui si trovava la nave di Gitto, il quale ha dovuto navigare a vista per diverse miglia a causa della mancanza di strumenti operativi: «Era pericoloso perché i fondali sono bassi e ci sono molte navi ferme, ma non avevo alternative». La preoccupazione aumenta anche per gli allerta ricevuti via smartphone, segnalando gli attacchi e gli intercettamenti di missili o droni.
L’Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha richiesto l’istituzione di un corridoio marittimo sicuro per evacuare le navi bloccate e riportare in salvo i marittimi, ma finora l’appello è rimasto inascoltato. Confitarma e altre associazioni di settore hanno invitato il governo italiano a inviare una nave della marina militare nell’area; tuttavia, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha escluso questa possibilità, affermando che l’invio di una nave italiana «costituirebbe un passo verso il coinvolgimento» nella guerra in Medio Oriente.
Il protrarsi del blocco dello stretto di Hormuz avrà ripercussioni significative sulle forniture energetiche e sull’economia globale. Attualmente, i porti e gli armatori italiani stanno resistendo, ma cresce il rischio di un forte incremento dei costi per il trasporto merci: «Ormai quasi tutti gli accessi al Mediterraneo sono delicati. L’unico sicuro è Gibilterra, che però è più vicino ai porti del Nord Europa. La marginalizzazione del Mediterraneo nelle rotte globali è estremamente pericolosa, soprattutto per l’Italia».