Tragedia in Nepal: oltre 1.500 morti e 6.000 dispersi dopo l’alluvione
Un mese fa, il 26 agosto, due chilometri quadrati di roccia e ghiaccio si sono staccati dal monte Langtang Lirung, al confine tra Nepal e Cina, precipitando su un lago a valle. L’ondata ha devastato qualsiasi cosa sul suo percorso, a partire da una dogana, un edificio di sei piani in cemento armato, per poi spazzare via strade, villaggi e ponti lungo il suo tragitto, riporta Attuale.
Il primo bilancio, quella sera, indicava 600 dispersi. Tuttavia, il giorno successivo, il numero è salito a 1.300, fino a raggiungere 2.400. Oggi, i due lati del confine contano oltre 1.500 morti e 6.000 dispersi, tra i quali 636 sono stranieri. I laboratori di Kathmandu hanno ricevuto più di tremila campioni di Dna, brandelli senza corpo, che saranno utilizzati per identificare almeno alcuni dei dispersi.
In Nepal, la tradizione buddhista porta i defunti alla cremazione dopo tre giorni, mentre gli induisti attendono tredici giorni per consentire allo spirito di staccarsi senza fretta. In questo caso, il dilemma ora ricade sui vivi. Alcune famiglie hanno già celebrato i funerali, portando con sé le analisi del Dna invece dei feretri. A Tribhuvan, l’ospedale principale, i muri sono ricoperti da fotografie di persone scomparse; la speranza di un miracolo si affievolisce e aumenta la richiesta di dichiarare ufficialmente i morti, poiché senza certificato non si può ereditare e non si possono celebrare i funerali.
Il fulcro dell’attesa ruota attorno a chi è rimasto intrappolato nelle gallerie. L’alluvione ha colpito tredici centrali idroelettriche in fase di costruzione, con oltre novecento operai dispersi e cinquecento segnalati come intrappolati nei tunnel. Dall’impianto di Chilime, dopo tre settimane, sono stati recuperati solo quattro corpi.
Il primo ministro nepalese, Balendra Shah, ventisei anni, ex rapper, si trova ora al centro della crisi, che ha trasformato radicalmente la sua agenda. Si è trovato tra gli sfollati e ha sollevato la questione della giustizia climatica nelle Nazioni Unite, sottolineando che il Nepal contribuisce in misura minima ai gas serra globali ma paga un prezzo altissimo per gli effetti del cambiamento climatico. “Sono il più giovane capo di Stato a parlare qui e vi chiedo: l’avete sentito?”, ha esclamato durante il suo intervento.
La ricostruzione del paese è stimata costare 4,7 miliardi di dollari, una somma enorme che equivale a un decimo del PIL nepalese, generando dubbi su come il paese possa far fronte ai debiti. Gli sfollati superano le ottantamila persone, mentre 14.000 bambini hanno perso la scuola, con 414 tra loro tra le vittime e i dispersi.
La solidarietà internazionale è stata mobilitata, ma non a sufficienza. Sono stati stanziati 170 milioni di dollari dalla Banca Mondiale e altri 36 milioni dagli Stati Uniti per aiutare nella ricostruzione, mentre il programma Usaid che monitorava i ghiacciai è stato chiuso, lasciando il Nepal con solo lo 0,1% dei quaranta mila ghiacciai osservati continuamente.
Le cause dell’incidente sono state analizzate dagli esperti, che hanno concluso che non ci sono stati eventi meteorologici estremi a guidarlo, ma una crisi combinata: lo zero termico sull’Himalaya sale di cento metri ogni dieci anni, e il permafrost che teneva insieme la roccia si sta sciogliendo. Questo evento ha reso evidente che il sistema di allerta per i disastri naturali non ha funzionato come previsto.
Rimettersi in piedi dopo questa catastrofe richiede un ripensamento strategico. Potrebbe essere necessario spostare strutture e villaggi più in alto per affrontare la realtà climatica in continuo cambiamento, ponendo un interrogativo sul futuro del Nepal e, più ampiamente, sull’approccio globale al cambiamento climatico.