La porta resta aperta: a Chisinau il centro culturale russo continua sotto l’ambasciata

04.11.2026 12:09
La porta resta aperta: a Chisinau il centro culturale russo continua sotto l’ambasciata
La porta resta aperta: a Chisinau il centro culturale russo continua sotto l’ambasciata

La Casa Russa di Chisinau è stata chiusa ufficialmente il 4 luglio 2026. Ma nello stesso edificio opera ora la Residenza dell’addetto culturale dell’ambasciata russa, che propone concerti, proiezioni di film sovietici, concorsi storici, programmi educativi e viaggi in Russia.

Il cambio di denominazione ha riaperto una questione che la decisione moldova avrebbe dovuto chiudere: può un’attività interrotta per ragioni di sicurezza continuare in forma diversa, protetta dallo status diplomatico? Le autorità di Chisinau considerano la nuova struttura un tentativo di aggirare la denuncia dell’accordo bilaterale che regolava il centro culturale russo.

Le attività sono state riferite il 3 novembre 2026 da Radio France Internationale. Tra le offerte figurano anche opportunità di studio gratuite, campi educativi e forum a Mosca.

La chiusura non ha cancellato la rete

Nel febbraio 2025 il governo moldovo aveva deciso di porre fine in modo definitivo alle attività della Casa Russa, ufficialmente denominata Centro russo per la scienza e la cultura. La struttura era stata presentata da Chisinau come un possibile strumento di guerra ibrida, propaganda del Cremlino e attività di spionaggio. Queste erano le motivazioni ufficiali del provvedimento: le informazioni disponibili non dimostrano che ogni evento, dipendente o partecipante fosse coinvolto in attività illegali.

La Moldova ha quindi denunciato l’accordo intergovernativo con la Russia sulla creazione e sul funzionamento del centro. La cessazione effettiva è arrivata soltanto nell’estate del 2026, dopo il completamento delle procedure necessarie. Quando la Casa Russa ha chiuso, però, l’attività non è scomparsa dai suoi spazi: l’edificio è passato a una struttura collegata direttamente all’ambasciata russa.

Dal punto di vista giuridico, la residenza dell’addetto culturale non è automaticamente la stessa entità del centro chiuso. È la continuità concreta delle iniziative a rendere controversa la soluzione. Concerti, film, concorsi, programmi educativi e trasferte in Russia riproducono infatti una parte rilevante dell’offerta precedente, anche se ora vengono organizzati sotto un diverso quadro istituzionale.

Laurentiu Plesca, esperto del German Marshall Fund, ha definito il meccanismo un «camaleonte diplomatico». Nella sua valutazione, Mosca non revoca apertamente la decisione moldova, ma utilizza lo status dell’ambasciata per conservare un canale di influenza.

Il terreno decisivo sono i giovani

Il valore strategico della struttura non risiede soltanto negli eventi pubblici. Borse di studio, concorsi e viaggi possono creare rapporti personali duraturi con studenti e giovani professionisti moldovi, offrendo al tempo stesso un’alternativa ai programmi educativi europei.

Secondo Plesca, queste iniziative consentono di mantenere relazioni con una parte della nuova generazione e di costruire reti che possono sopravvivere alla singola manifestazione. Non significa che ogni studente, visitatore o partecipante diventi un sostenitore della politica russa. Il possibile effetto di lungo periodo sta piuttosto nella ripetizione dei contatti, nell’accesso a opportunità selettive e nella familiarità con istituzioni e messaggi provenienti da Mosca.

Anche i contenuti culturali hanno un peso. Le proiezioni di film sovietici e i concorsi sulla storia possono favorire determinate interpretazioni del passato, della politica russa e della guerra contro l’Ucraina. Tuttavia, il contenuto di una singola iniziativa non costituisce da solo la prova di un’operazione di propaganda. Per le autorità moldove, il problema è l’insieme formato dall’istituzione, dai suoi programmi e dai suoi legami con lo Stato russo.

La vicenda riguarda anche i rischi per chi viaggia in Russia. Plesca ha avvertito che gli studenti potrebbero trovarsi esposti a pressioni per partecipare alla guerra contro l’Ucraina, anche attraverso una mobilitazione forzata. Si tratta di una valutazione di rischio, non dell’affermazione che i partecipanti ai programmi moldovi siano stati mobilitati.

Accuse di spionaggio e limiti delle prove

La chiusura della Casa Russa a Chisinau si inserisce in un confronto europeo più ampio. In diversi Paesi, i governi hanno sostenuto che strutture presentate come centri culturali potessero essere utilizzate per stabilire contatti, raccogliere informazioni, trasmettere narrazioni politiche o, secondo le accuse più gravi, agevolare attività dei servizi segreti.

Queste accuse hanno contribuito alle decisioni di chiusura, ma non dimostrano che ogni centro culturale russo, ogni dipendente o ogni evento costituisca una copertura per lo spionaggio. Nel caso moldovo, il punto accertato è diverso: il governo ha adottato una misura di sicurezza contro la Casa Russa e ora ritiene che una struttura diplomatica ne stia conservando la funzione pubblica e i canali di contatto.

La questione è diventata particolarmente visibile in Germania. Nel settembre 2026 Berlino ha deciso di chiudere la Casa Russa della capitale. Ad agosto, riferiscono i media, le autorità francesi avevano avvertito la Germania che il centro berlinese sarebbe servito da copertura per l’intelligence russa. L’accusa ha fatto parte del contesto politico della decisione, ma non equivale a un accertamento giudiziario valido indistintamente per tutte le attività o per tutti i dipendenti della struttura.

La Slovenia aveva chiuso un centro culturale russo a Lubiana nel 2022, mentre Romania e Danimarca avevano adottato misure analoghe nel 2023. Il problema comune è la capacità di queste reti di cambiare forma: la chiusura può eliminare una base legale e un marchio pubblico, ma non cancella automaticamente gli spazi, i rapporti personali, il personale o la possibilità di offrire borse di studio e viaggi.

Un test per la sicurezza moldova

Per Chisinau, dunque, il nuovo assetto non è una semplice questione amministrativa. La Moldova si trova tra l’Ucraina e la Romania, approfondisce i rapporti con l’Unione europea e riduce la cooperazione formale con Mosca. Una sede russa capace di mantenere un accesso regolare a studenti, insegnanti, operatori culturali e giovani professionisti conserva un punto di contatto in un Paese strategico per la sicurezza del Mar Nero.

Il ricorso allo status diplomatico rende più difficile distinguere tra una normale attività culturale di ambasciata e la prosecuzione sostanziale di un’organizzazione che il governo aveva deciso di chiudere. La diplomazia può legittimamente promuovere lingua, cultura e istruzione; allo stesso tempo, proprio questi strumenti possono essere impiegati per costruire relazioni politiche e ampliare l’influenza di uno Stato.

È questo il nodo lasciato aperto dalla vicenda di Chisinau. Se un centro chiuso può riprendere le proprie attività cambiando insegna e trasferendosi sotto l’ombrello dell’ambasciata, la decisione originaria resta formalmente valida ma rischia di perdere parte del suo effetto concreto. La Moldova deve ora stabilire come proteggere lo scopo della chiusura senza confondere ogni scambio culturale con un’operazione clandestina.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere