Record di esecuzioni capitali in Arabia Saudita nel 2025
Per il secondo anno consecutivo, l’Arabia Saudita ha registrato un incremento nel numero di esecuzioni capitali, raggiungendo un totale di almeno 347 esecuzioni nel 2025, rispetto alle 345 del 2024, secondo i dati forniti dalla ONG britannica «Reprieve». Questo è stato definito come l’anno più sanguinoso di esecuzioni nel Regno da quando è iniziato il monitoraggio, riporta Attuale.
Le ultime giustizie avvenute nel Paese hanno coinvolto due cittadini pakistani condannati per reati di droga. Tra i condannati a morte quest’anno figurano anche un giornalista e due giovani che erano minorenni al tempo dei presunti crimini legati a manifestazioni. In totale, cinque donne sono state giustiziate. Secondo Reprieve, circa due terzi degli esecutati erano stati condannati per reati non violenti legati alla droga, considerati dall’ONU «incompatibili con le norme e gli standard internazionali».
Jeed Basyouni, responsabile di Reprieve per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha dichiarato: «L’Arabia Saudita ora opera nella più totale impunità». Ha sottolineato che torture e confessioni forzate sono «endemiche» nel sistema giudiziario penale saudita, definendo questa situazione come una repressione brutale e arbitraria che ha coinvolto anche persone innocenti e marginalizzate.
In un contesto di promesse di modernizzazione legate al piano «Vision 2030» del principe ereditario Mohammed bin Salman, organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch criticano l’uso della pena capitale come strumento di repressione politica e controllo sociale.
Deborah Bergamini, responsabile Esteri e vice segretaria nazionale di Forza Italia, ha dichiarato che la crescita delle esecuzioni in Arabia Saudita deve suscitare attenzione e mobilitazione da parte dell’Europa. Ha affermato: «Stiamo parlando di un interlocutore stabile nei rapporti politici e commerciali», esortando l’Unione Europea a utilizzare le relazioni internazionali come leva per promuovere il rispetto dei diritti umani. La Bergamini ha concluso evidenziando che «la libertà è un valore universale», e che la politica estera dell’UE deve assumere questo principio come cardine.