Gerusalemme – «È facile parlare di fame», rifletteva un noto titolo di un libro italiano che esplora l’universo dei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. Questo pensiero viene in mente ascoltando le recenti testimonianze dei residenti di Gaza, dei medici e degli operatori umanitari internazionali, che si trovano intrappolati sotto il giogo dell’esercito israeliano, riporta Attuale.
Rubinetti chiusi
Il governo di Netanyahu ha messo in atto una strategia per affamare oltre due milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza. Fin dai primi di marzo, gli aiuti sono stati drammaticamente ridotti, creando una situazione insostenibile che ricorda le atrocità vissute dai civili durante i conflitti del Novecento e la carestia ucraina sotto Stalin negli anni Trenta. Secondo quanto riferito dall’Unicef, almeno 86 palestinesi sono morti di fame dall’inizio del recente conflitto, inclusi 76 bambini.
La denutrizione
«La fame significa diventare deboli, il corpo non reagisce e il sistema immunitario si indebolisce, favorendo la diffusione delle malattie», racconta D.W., una dottoressa di 35 anni. La sua professione le consente di muoversi in ambulanza. Secondo le notizie da Gaza, 18 morti per denutrizione sono stati registrati nelle ultime 24 ore, e molti altri bambini sono già deceduti per fame. I mercati sono vuoti, e i prezzi degli alimenti sono schizzati alle stelle, rendendo impossibile per molti l’acquisto di beni essenziali.
I centri
I quattro centri della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) hanno iniziato a operare dal 26 maggio con l’intento di colmare il vuoto lasciato dall’Onu. Tuttavia, l’attesa per gli aiuti è spesso segnata da violenze: secondo le stime dell’Onu, oltre mille palestinesi hanno perso la vita in questi frangenti. Israele sostiene di aver distribuito 70 milioni di razioni di cibo, affermando che le sparatorie sono rivolte ai membri di Hamas, che tentano di appropriarsi degli aiuti. Gli abitanti, però, raccontano una realtà ben diversa, descrivendo i loro incontri con i soldati come «trappole» mortali.
I nodi
Un rapporto dell’Ocha del 16 luglio ha ulteriormente evidenziato la gravità della situazione. Tra le problematiche chiave vi sono: 1) Le bombe continuano a colpire i civili in cerca di aiuto; 2) La mancanza di carburante ferma i servizi essenziali; 3) La fame aumenta, con la popolazione concentrata nel 14% della Striscia; 4) I gruppi più vulnerabili includono bambini e anziani; 5) La strategia israeliana tende a spingere i civili verso sud.
Gli spostamenti
Dal 18 marzo scorso, i militari hanno emesso 55 ordini di evacuazione collettiva, trasformando 300 chilometri quadrati in una zona deserta, costringendo 737.000 persone a lasciare le loro abitazioni. «Siamo ormai un popolo di zombie, privati di tutto», dichiarano i palestinesi, mentre il numero delle vittime nella guerra attuale potrebbe superare i 120.000, comprendendo anche morti indiretti dovuti a malattie non curate e condizioni di vita inumane.
La denuncia
Il giornale Haaretz ha recentemente intensificato le sue critiche, parlando di «pulizia etnica» e «genocidio» in riferimento alle politiche del governo di Netanyahu, il quale mira a concentrare l’intera popolazione di Gaza in un grande campo profughi a Rafah, con l’idea di deportarli in Paesi come Libia, Etiopia e Indonesia.