Cesare Salvi difende la riforma della separazione delle carriere
“Sono portato a stare al merito. E nella riforma non c’è nessuna messa in discussione dell’indipendenza e l’autonomia della magistratura, a cominciare dal fatto che l’obbligatorietà dell’azione penale non viene scalfita”. Così si esprime Cesare Salvi, ex senatore del Pci e ministro del lavoro nei governi D’Alema e Amato, sostenendo la necessità di separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici, rimarcando la tradizione garantista di sinistra, riporta Attuale.
Salvi sottolinea che non si tratta di una riforma dirompente, affermando: “Mi sembrano un po’ sopra le righe sia i toni trionfalistici della maggioranza che i lamenti sull’attacco all’indipendenza della magistratura da parte del centrosinistra”. Sostiene che l’indipendenza della magistratura deve essere ribadita, in contrasto con precedenti proposte.
Di fronte alla domanda su come la politicizzazione del referendum rischi di offuscare le reali motivazioni della riforma, Salvi continua: “Vedo una continuità con riforme come quella del processo penale ispirata da Sebastiano Vassalli nel 1988 e quella dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo approvata nel 1999 con consenso bipartisan”.
Riguardo ai commenti di alcuni esponenti del governo che parlano di volere assoggettare i pm all’esecutivo, afferma: “Nella riforma questo non c’è. Io sto ai contenuti”. Salvi evidenzia l’importanza della differenziazione delle funzioni tra pm e giudice, rispettando il principio della terzietà di quest’ultimo.
Con l’aumento della diffidenza dei cittadini verso il potere corporativo delle toghe, Salvi considera che la vera novità della legge risieda nel sorteggio, una misura proposta per contrastare le dinamiche di potere tra le correnti nel Csm. “Il sorteggio si propone di arginare questo problema”, dice, chiarendo che le correnti non devono essere demonizzate poiché hanno anche promosso importanti innovazioni culturali.
Infine, Salvi mette in guardia: evocare l’attacco all’indipendenza della magistratura “non rischia paradossalmente di legittimarlo in caso di sconfitta?”, suggerendo che si potrebbe ripetere l’errore del referendum sul lavoro dove non venne raggiunto il quorum. “Se sostieni le tue ragioni, devi restare nella sostanza dei quesiti”, conclude, sottolineando l’importanza di non perdere di vista gli aspetti fondamentali della riforma.