Il colpo di Stato in Argentina: il cinquantennale della dittatura militare
Il 24 marzo 1976, un colpo di Stato militare inaugurò in Argentina una delle dittature più brutali della sua storia, caratterizzata da violenze e repressione sistematica. La giunta militare, inizialmente diretta da tre generali e successivamente solo da Jorge Rafael Videla, attuò crimini atroci, con migliaia di cittadini che scomparvero senza lasciare traccia, vittime del “terrorismo di stato”, riporta Attuale.
Le vittime, conosciute come desaparecidos, furono migliaia e il numero complessivo è stimato intorno ai 30.000. Questo dato, sebbene simbolico, è ritenuto vicino alla verità, nonostante ci siano stati dibattiti storiografici e polemiche, in particolare negli ambienti di destra e tra i sostenitori dell’attuale governo di Javier Milei.
Il golpe di Videla, Emilio Eduardo Massera e Orlando Ramón Agosti si consumò meno di tre anni dopo la conclusione di un’altra dittatura militare. Tra i due periodi, l’Argentina visse brevi fasi di governo democratico sotto Juan Domingo Perón e sua moglie Isabelita Perón, il cui governo fu caratterizzato da una crescente repressione contro l’opposizione.
I preparativi per il colpo di Stato erano in atto da almeno due anni e ricevettero supporto dagli Stati Uniti e dalla CIA. In quel periodo, l’Argentina, la Colombia e il Venezuela erano le uniche nazioni democratiche del Sudamerica, mentre gli altri paesi erano governati da dittature militari. Nel 1975, governo statunitense e dittatura cilena di Augusto Pinochet coordinarono l’“Operazione Condor”, un patto tra le polizie segrete di diversi paesi sudamericani per eliminare qualsiasi forma di opposizione attraverso la violenza e le sparizioni forzate.
Una volta saliti al potere, i militari avviarono una campagna di repressione contro tutti gli oppositori politici, estendendo l’operazione anche a studenti, sindacalisti e anche familiari di presunti dissidenti. I rastrellamenti iniziarono nei giorni successivi e proseguirono per anni, con operazioni che spesso comportavano veri rapimenti.
Le persone catturate venivano relegate in centri di detenzione segreti, fra i quali il più infamous era la Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA) di Buenos Aires, da dove solo una minima parte dei detenuti riuscì a fuggire vivi. Negli anni della repressione, il ricorso alla tortura e alle violenze estreme divenne sistematico, al fine di ottenere informazioni sugli opponenti e su ulteriori vittime.
Un’altra pratica orribile del regime era rappresentata dai “voli della morte”, che consistevano nel gettare i corpi delle vittime in mare. Anche i desaparecidos furono utilizzati come strumenti di terrore per sottomettere la società, lasciando le famiglie in una costante incertezza riguardo al destino dei loro cari.
Nei primi giorni dopo il golpe, apparvero già cadaveri sulle coste argentine, mentre alcune testimonianze di prigionieri sopravvissuti iniziarono lentamente a circolare, rivelando la verità sulla brutalità del regime. Nonostante l’inesorabile repressione, i familiari delle vittime crearono movimenti di protesta, come le Madri di Plaza de Mayo, chiedendo giustizia per i loro figli scomparsi.
Nel corso degli anni, diverse personalità pubbliche, tra cui giornalisti e intellettuali, denunciarono pubblicamente le atrocità commesse dal regime. Tuttavia, il governo di Videla negò costantemente le accuse, attribuendo le sparizioni a una diffusa clandestinità tra i dissidenti.
Dopo la fine della dittatura nel 1983, la giustizia ha fatto piccoli passi avanti. I processi per i crimini di quel periodo iniziarono con il presidente Raúl Alfonsín, ma furono interrotti durante la presidenza di Carlos Menem, che promulgò leggi di amnistia. Solo nei primi anni 2000 è ripresa la ricerca di giustizia, con alcuni processi ancora in corso.
Oggi, l’ESMA è un museo dedicato alla memoria delle vittime e alla difesa dei diritti umani. Il 24 marzo è commemorato come il Giorno della Memoria per la Verità e la Giustizia. Tuttavia, l’attuale governo di Milei ha ridotto i fondi per queste istituzioni e ha messo in discussione la portata delle violenze della dittatura, cercando di riscrivere la storia con termini come “conflitto interno” invece di riconoscerne la vera natura.