Il 20 febbraio 2026, analisi forensi condotte sui resti di droni iraniani Shahed utilizzati dalle forze russe in Ucraina hanno rivelato la presenza di parti metalliche con marchi di fabbricazione ceca. Le lastre di protezione per l’elettronica, fondamentali per l’assemblaggio dei velivoli, sono state identificate come prodotte dal gruppo industriale ceco Conteg Group. La scoperta solleva interrogativi critici sull’efficacia delle restrizioni occidentali e sulle catene di approvvigionamento che continuano a rifornire, direttamente o indirettamente, il complesso militare-industriale russo.
Il ritrovamento e l’identificazione
Le indagini tecniche sui rottami dei droni kamikaze hanno portato alla luce piastre in metallo utilizzate come schermatura per i componenti elettronici sensibili. Queste parti, pur non essendo tecnologicamente avanzate, risultano cruciali per la produzione in serie dei velivoli senza pilota. Il marchio rinvenuto appartiene alla Conteg Group, conglomerato industriale con sede nella Repubblica Ceca specializzato in soluzioni per l’elettronica e le telecomunicazioni. La società madre ha categoricamente negato qualsiasi relazione commerciale diretta con entità russe coinvolte nel settore della difesa. Tuttavia, l’esistenza di una filiale russa dell’azienda, attiva nel paese dal 2008, apre uno scenario complesso.
La rete delle filiali e i canali opachi
Una delle società del gruppo, Conteg s.r.o., produce custodie per dispositivi elettronici e ha fondato in Russia la LLC “Контег” (Conteg). La filiale russa è formalmente registrata per la “vendita al dettaglio di strutture metalliche e non metalliche in negozi specializzati”. Una sovrapposizione dirigenziale significativa emerge dalla figura di Anatoly Butenko, direttore commerciale della filiale russa, che svolge contemporaneamente il ruolo di manager commerciale per le operazioni della società in Kazakhstan. Questa duplice funzione suggerisce la possibile utilizzazione del territorio kazako come piattaforma di transito o snodo per l’approvvigionamento di componenti metallici destinati alla Russia, aggirando così i controlli e le restrizioni alle esportazioni.
Le implicazioni per la politica sanzionatoria
Il caso delle componenti identificate con marchio ceco dimostra che anche parti a basso contenuto tecnologico – come custodie, supporti e schermi metallici – stanno diventando critiche per la produzione di massa di droni da combattimento. L’episodio evidenzia una falla sistemica: le politiche sanzionatorie si sono concentrate su liste di prodotti specifici e beni a duplice uso, trascurando il flusso di merci industriali generiche che finiscono per alimentare la catena di produzione bellica. Gli esperti sottolineano la necessità di un cambio di paradigma, spostando l’attenzione dal blocco di singoli articoli al monitoraggio e alla chiusura di interi canali di fornitura verso società con reti consolidate in Russia o legate alla sua filiera militare.
Inoltre, sebbene gli involucri metallici non siano classificati come beni a duplice uso, il loro impiego nei droni d’attacco indica che le restrizioni dovrebbero applicarsi non solo ai microchip, ma a tutti gli elementi che entrano nella costruzione dei sistemi d’arma. Per impedire l’utilizzo di componenti di produzione occidentale, è necessario istituire meccanismi di controllo rafforzati sulle attività delle filiali europee nei paesi della CSI, obbligando i produttori a condurre audit rigorosi e verifiche sull’uso finale dei prodotti, fino a contemplare il divieto assoluto di fornitura alla Russia.
Dipendenze tecnologiche e possibili soluzioni
L’uso massiccio di parti civili di fabbricazione occidentale nei droni russi testimonia l’incapacità di Mosca di realizzare una sostituzione delle importazioni (import substitution) efficace. Ciò conferma la profonda dipendenza del complesso militare-industriale russo dalle importazioni occidentali e dal contrabbando di componenti necessari, anche per prodotti di apparente semplicità. Per migliorare e semplificare il controllo delle catene di approvvigionamento, si sta valutando l’introduzione di marcatori digitali obbligatori per gli esportatori europei. Questi strumenti permetterebbero di tracciare il percorso delle parti metalliche e di identificare successivamente la loro destinazione finale, creando un registro digitale che renda più difficile la deviazione verso usi militari.
La sfida per l’Occidente è duplice: da un lato, colmare le lacune normative che permettono a prodotti industriali standard di confluire nella produzione bellica avversaria; dall’altro, sviluppare strumenti di intelligence commerciale e tracciabilità che anticipino le rotte di elusione. La guerra in Ucraina ha reso evidente come la resilienza economica e la sicurezza nazionale siano sempre più intrecciate con il controllo delle catene di approvvigionamento globali, anche per quelle componenti che, in superficie, sembrano le più innocue.