Cremlino irrigidisce le pene per diserzione e insubordinazione

29.09.2025 11:00
Cremlino irrigidisce le pene per diserzione e insubordinazione
Cremlino irrigidisce le pene per diserzione e insubordinazione

A metà settembre le autorità russe hanno sostenuto un nuovo disegno di legge volto a rafforzare la disciplina militare. Le modifiche proposte al Codice penale, che riguardano gli articoli 332, 338 e 348, prevedono pene fino a vent’anni di carcere per chi rifiuta un ordine, abbandona la propria postazione o perde equipaggiamento militare. Anche se il progetto non è ancora entrato in vigore, la sua introduzione riflette la crescente fragilità dell’esercito russo, messo alla prova da una guerra sempre più logorante.

Cresce l’epidemia di diserzioni nell’esercito russo

Secondo rapporti riservati trapelati dal ministero della Difesa, entro dicembre 2024 erano stati registrati oltre 50.000 casi di abbandono non autorizzato delle unità. Se la tendenza è rimasta invariata, il numero potrebbe raggiungere le 70-80.000 unità entro ottobre 2025. Si tratta di un fenomeno di massa che non può più essere nascosto e che segnala una crisi sistemica.

Migliaia di processi e condanne condizionali

Entro maggio 2025, i tribunali militari avevano aperto più di 20.000 procedimenti contro soldati che si erano rifiutati di combattere. La maggioranza delle accuse riguarda l’abbandono del servizio. Nella maggior parte dei casi i soldati ricevono pene sospese e vengono rimandati immediatamente al fronte, spesso in reparti d’assalto dove le possibilità di sopravvivenza sono minime. Per le autorità il principio non è la giustizia, ma la disponibilità di “forza viva” da impiegare sul campo.

I “500-ti”: soldati in fuga da una guerra che non vogliono combattere

Nell’esercito russo è nato perfino un soprannome: i “500-ti”. Si tratta di ex detenuti arruolati con la promessa della libertà, di nuovi contrattisti attratti da facili guadagni, di veterani stremati e disillusi. Alcuni fingono malattie, si procurano ferite, corrompono i comandanti o semplicemente non rientrano dalle licenze. Tutte le storie hanno un filo comune: il rifiuto di sacrificarsi in una guerra percepita come estranea.

Caccia ai disertori e punizioni collettive

Formalmente i disertori dovrebbero essere ricercati dalla polizia militare, ma in realtà vengono braccati dagli stessi commilitoni. Le ricerche si estendono alle città d’origine, con pressioni sulle famiglie. Nelle zone di combattimento i fuggitivi vengono catturati, picchiati e umiliati in video di “confessioni” forzate. Sono circolate immagini di soldati legati agli alberi o rinchiusi in fosse, e in diversi casi la punizione si è trasformata in esecuzione. Anche le punizioni collettive sono diffuse: se un uomo diserta, l’intera unità viene privata delle licenze e costretta a più missioni di combattimento.

Una frattura che mina la stabilità interna

La vicenda dei “500-ti” mostra come la retorica del Cremlino sul “sacro slancio patriottico” cozza con la realtà di decine di migliaia di soldati che preferiscono fuggire piuttosto che morire. Questa dinamica non solo compromette l’efficacia militare, ma alimenta tensioni interne. Ogni nuova legge repressiva e ogni testimonianza di abusi alimentano il rifiuto dei militari di combattere, esponendo il sistema a un rischio crescente di collasso dall’interno.

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