David Berkowitz, il killer delle donne che comunicava con i cani: «Mi hanno comandato loro di uccidere»

04.08.2025 12:55
David Berkowitz, il killer delle donne che comunicava con i cani: «Mi hanno comandato loro di uccidere»

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David Berkowitz attualmente si trova in carcere, dove deve scontare 365 anni per una serie di omicidi avvenuti tra luglio del 1976 e luglio del 1977 a New York. Durante quel periodo, ha causato la morte di sei persone e ha ferito altre otto persone in vari gravi episodi.

Nel corso degli anni, Berkowitz non ha mai negato i suoi crimini, cercando invece di riportare l’attenzione su di sé, come avvenne ai tempi in cui la stampa e la polizia erano alla ricerca del “figlio di Sam”, soprannome scelto da lui stesso in una lettera indirizzata alle autorità e ai mezzi di comunicazione.

Scelse le sue vittime con attenzione, preferendo donne brune sedute in macchina, a volte in compagnia di amiche o di un ragazzo. Mentre si avvicinava, sparava, paralizzando New York – già scossa da un aumento costante della criminalità – che si bloccava per timore di essere preda del “killer della calibro 44”, così chiamato per l’arma utilizzata. La polizia, nel frattempo, non disponeva di una pista o di un vero identikit.

Alla fine di luglio del 1977, grazie a una multa per un parcheggio irregolare durante la sera del suo ultimo omicidio, venne individuato e arrestato. Si sosterrà che abbia agito intenzionalmente, affermando che era giunto il momento che tutti sapessero chi fosse il responsabile di quegli atti di violenza.

La sua vicenda è al centro della docuserie Netflix Conversazioni con un killer: Il caso Berkowitz, riporta Attuale.

La relazione clandestina

Berkowitz viene dato in adozione tre giorni dopo la sua nascita, il 1 giugno 1953, a una coppia di veterani di fede ebraica, essendo figlio indesiderato di una relazione tra la madre e un uomo d’affari sposato. Durante le elementari, il padre gli racconterà che la madre biologica era morta durante il parto e che il padre biologico non era in grado di prendersi cura di lui. Questa storia lo fece soffrire molto, rendendolo antisociale, cupo e solitario.

«Uscivo da solo e commettevo atti di vandalismo – racconta Berkowitz dal carcere al giornalista Jack Jones -. Nessuno sospettava mai di me. Tutta la mia vita era una punizione. Arrivai a comportarmi male solo per essere punito. Appiccavo incendi, così ero sicuro di essere punito. Non causavo danni seri, ma abbastanza per attirare l’attenzione dei vigili del fuoco».

Militare in Corea

A tredici anni la madre adottiva muore per un tumore al seno, portandolo a sentirsi ancora più abbandonato e rancoroso. Alla fine degli studi, nel 1971, si arruola, desideroso di essere considerato un eroe, attirare l’attenzione e partecipare a una guerra. Tuttavia, viene assegnato a una zona demilitarizzata in Corea del Sud, dove per combattere la noia inizia a abusare di droghe.

Ritorna dall’esercito a 21 anni nel 1974, senza ambizioni per il futuro né amici. Con il padre risposato e trasferito in Florida, si ritrova solo. Anche le relazioni con le donne non vanno bene: nessuna sembrava interessata a lui, suscitando in lui un odio nei loro confronti (Berkowitz è considerato da alcuni l’antenato degli incel, i celibi involontari che odiano le donne).

Nel 1975, quindi, compie la sua prima aggressione: accoltella una ragazza incontrata casualmente su un cavalcavia di New York. Lei riesce a sopravvivere e lui comprende – ispirato anche dal film Taxi Driver, in cui si riconosce – che è tempo di cambiare arma, optando per una pistola calibro 44.

Le prime aggressioni

Il 29 luglio 1976 segna l’inizio della sua serie di omicidi. La prima vittima è Donna Lauria, in macchina con un’amica, Jody Valenti, che viene colpita a una gamba. Lauria, invece, viene ferita mortalmente alla nuca. Valenti riesce a scorgere Berkowitz di sfuggita e, successivamente, lo descrive alla polizia come un uomo bianco, alto circa 1 metro e 80, con capelli ricci.

«La prima volta è stata dura – racconterà lui dal carcere -, perché era la prima e finalmente stavo realizzando quello che volevo fare da tanto. Sentivo che stavo vendicandomi».

Qualche mese più tardi, archiviato il caso Lauria-Valenti come un cold case, Berkowitz attacca ancora. Le sue vittime sono Rosemary Keenan e Carl Denaro in un parcheggio nel Queens, durante il loro primo appuntamento. Si stanno baciando quando qualcuno inizia a sparare. Entrambi riescono a scappare, ma una volta raggiunto un locale, Denaro si accorge di essere stato colpito in testa da un proiettile. Fortunatamente, la carrozzeria ha attutito il colpo, permettendogli di sopravvivere con una placca di metallo in testa.

Anche questo caso rimane senza colpevole poiché i ragazzi non avevano visto nessuno e la polizia colloca il tutto nell’ambito di questioni di droga.

A novembre, sempre nel Queens, Berkowitz attacca Donna DeMasi e Joanne Lomino, che chiacchierano fuori da casa di Lomino. Lui le colpisce: DeMasi riporta soltanto qualche ferita, mentre Lomino viene colpita alla spina dorsale, rimanendo paralizzata dalla vita in giù. Quell’incidente le causerà nel tempo problemi di salute cronici, portandola alla morte. Anche questo caso viene accantonato.

In quegli anni, New York gestiva un crescente tasso di criminalità. Le chiamate alla polizia erano quasi sempre riconducibili a spari o omicidi. Inoltre, la varietà di distretti in città complicava il coordinamento tra le autorità e la conoscenza di tutti i casi. Per questo motivo, per lungo tempo, nessuno ha collegato queste aggressioni.

«C’è un serial killer a piede libero»

Il 30 gennaio 1977 Christine Freund e John Diel vengono colpiti mentre si trovano in automobile, tornando da una serata romantica. Di nuovo nel Queens. Freund morirà in ospedale, mentre Diel riesce a sopravvivere.

All’interno dell’auto, gli agenti trovano un bossolo di piombo, simile a quello ritrovato in un’altra scena del crimine nel Queens. Grazie a questa coincidenza e alla testimonianza di un poliziotto presente in entrambe le scene, le autorità creano un collegamento tra i crimini

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