Nel contesto del conflitto in Medio Oriente, la questione del disarmo di Hamas sta suscitando dibattiti significativi, evocando similitudini con il processo di disarmo dell’Ira negli anni ’90. Ottobre 2003: il generale canadese John de Chastelain incontra rappresentanti dell’Ira per documentare la distruzione di un numero considerevole di armi. I terroristi lo obbligano a spegnere il cellulare e rimuovere la batteria per evitare il tracciamento, conducendolo poi in rifugi per iniziare la neutralizzazione di fucili e materiale bellico, riportando a casa un esito positivo, riporta Attuale.
Questo passo rappresentava un’iniziativa cruciale in un lungo processo di disarmo, coordinato dall’Independent International Commission on Decommissioning (Iicd), un organismo dedicato alla supervisione delle operazioni di disarmo in Irlanda del Nord. L’idea di un analogo approccio per Hamas emerge da discussioni diplomatiche, nonostante le significative differenze tra le realtà nordirlandese e palestinese.
Il vincolo negli anni ’70
Nonostante le differenze, entrambi i contesti condividono una profonda solidarietà verso i palestinesi, radicata nella collaborazione con l’Olp di Yasser Arafat sin dagli anni ’70. Questo legame ha portato a traffici e scambi di ideologie in ambienti di addestramento, evidenziato dai murales di Belfast dedicati ai fedayn. Mentre in Irlanda del Nord si profila un processo di pace culminato nell’accordo del 1998, la situazione in Medio Oriente rimane instabile, con Hamas che continua a mantenere il proprio arsenale.
Quintali di Semtex
Le trattative di disarmo sono caratterizzate da pause e ripensamenti, poiché entrambe le parti temono che il conflitto possa riesplodere. L’Ira, durante il suo apice, possedeva enormi quantità di Semtex, fornito dal colonnello libico Muammar Gheddafi, e armamenti vari, sottolineando la difficoltà di una soluzione duratura.
Decisiva la volontà
Nonostante le sfide, le ispezioni hanno confermato la distruzione di grandi volumi di armamenti, sebbene la quantità rimanente sia inferiore a quella posseduta da Hamas e Jihad Islamica. La volontà di fermare la violenza emerge come l’aspetto chiave, supportata da molti militanti e sostenitori, anche se elementi scissionisti continuano a opporsi a questo approccio.
Nel 2015, fonti di sicurezza stimavano che l’Ira mantenesse ancora circa 5.000 fucili, con armamenti scoperti in aree boschive l’anno successivo. La Real Ira, un gruppo di irriducibili, è stata in grado di sottrarre armi e munizioni, complicando ulteriormente gli sforzi di disarmo.
Recenti studi della Rand Corporation analizzano l’evoluzione dei network terroristici, evidenziando come la maggior parte si sposti dalla lotta armata alla sfera politica, mentre le fazioni ricche di ideologie religiose tendono a resistere al cambiamento. Circa il 32% rimane fermo nelle proprie convinzioni, mostrando che la transizione per movimenti insurrezionali, come Hamas, è tutt’altro che semplice.
Considerando questi fattori, i mujaheddin di Gaza continuano a ritenere fondamentale l’uso della forza, segnalando che potrebbe non essere ancora il momento giusto per deporre le armi, a meno che non si verifichino cambiamenti significativi nel contesto geopolitico, in particolare da parte di Israele e degli Stati Uniti.
Una situazione incredibile… sembra che si ripetano sempre gli stessi schemi. Le divergenze culturali e politiche rendono tutto più complesso. Mi chiedo se mai arriveremo a una vera pace. Dobbiamo trovare una nuova via, altrimenti rimarremo impantanati in questo ciclo senza fine.