Myanmar: il partito della giunta militare prevale nelle elezioni sotto il controllo del regime
Il 25 gennaio si è conclusa la terza e ultima fase delle elezioni in Myanmar, dove il partito che rappresenta la giunta militare al potere dal 2021, il Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo (USDP), è destinato a vincere con una larghissima maggioranza, riporta Attuale. Le elezioni sono state organizzate dalla stessa giunta militare con l’intento di legittimare formalmente il suo controllo sul paese, trasformando la leadership da militare a civile, almeno in apparenza.
Il voto di domenica ha coinvolto circa un quinto del paese, comprese le città di Yangon e Mandalay. Nei precedenti due turni, svoltisi il 28 dicembre e l’11 gennaio, si era votato in altre province controllate dal regime. Tuttavia, le elezioni non si sono svolte in alcune aree a causa della presenza di forze ribelli e confronti armati quotidiani, eredità della guerra civile in corso dal 2021, che ha causato migliaia di morti e oltre 3 milioni di sfollati. Solo sei partiti nazionali, ritenuti legati alla giunta o considerati innocui, sono stati autorizzati a partecipare. Le principali formazioni di opposizione sono state scacciate e i loro leader incarcerati.
L’USDP aveva già acquisito una maggioranza parlamentare nelle prime fasi del processo elettorale, con percentuali di voti dichiarate tra il 70 e l’80%. Inoltre, la Costituzione del Myanmar prevede che un quarto dei seggi parlamentari sia riservato a militari designati dall’esercito.
A marzo, il nuovo parlamento si riunirà per eleggere come presidente l’attuale leader della giunta militare, generale Min Aung Hlaing, il quale dovrà decidere se nominare un suo protetto come nuovo capo dell’esercito o mantenere entrambe le cariche. A capo dell’esercito dal 2011, Min Aung Hlaing è stato perseguito nel 2024 dal procuratore della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, riguardanti la persecuzione della minoranza musulmana rohingya.
La partecipazione al voto è stata in parte forzata, con intimidazioni e minacce, con alcuni abitanti costretti a recarsi alle urne. Nei precedenti turni, l’affluenza è stata comunque inferiore rispetto alle ultime elezioni democratiche del 2020, registrando solo il 55% rispetto a oltre il 70%. La maggior parte dei governi occidentali e quelli dei paesi limitrofi nella regione non riconoscono queste elezioni come legittime.
Gli unici osservatori internazionali presenti durante il voto sono stati funzionari e diplomatici cinesi, che hanno anche collaborato all’organizzazione dell’evento elettorale. I rapporti tra Cina e Myanmar si sono rafforzati dopo il colpo di stato che ha isolato la nazione dalla comunità internazionale; secondo fonti di vario media, il governo cinese avrebbe spinto la giunta birmana a organizzare queste elezioni fittizie per conferire un’apparenza di legittimità al suo controllo.
Dal colpo di stato, Myanmar ha affrontato una crisi economica senza precedenti: gli investitori stranieri hanno abbandonato il paese e la valuta locale, il kyat, ha subito un drastico deprezzamento. Le restrizioni al commercio internazionale complicano l’approvvigionamento di beni essenziali, e secondo le Nazioni Unite, metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Un grave terremoto avvenuto un anno fa ha ulteriormente aggravato la situazione, anche se è difficile accertare il numero esatto delle vittime e dei danni, a causa delle restrizioni imposte dalla giunta all’accesso di giornalisti e osservatori internazionali nelle zone più colpite.
Incredibile come questa giunta riesca a mantenere il potere nonostante la situazione disastrosa del paese. È come se stessero prendo in giro il mondo. Ma chi ci crederebbe, in una vera democrazia? In Europa facciamo fatica a comprendere come si possa vivere così…