Il 1° luglio 2025, il presidente dell’Assemblea nazionale dell’Armenia, Alen Simonyan, ha proposto di avviare la discussione sulla sospensione delle trasmissioni televisive dei principali canali russi sul territorio nazionale. L’annuncio, rilanciato dalla stampa locale e internazionale, arriva in un momento di forte tensione diplomatica tra Erevan e Mosca e rappresenta, secondo osservatori regionali, una nuova tappa nella progressiva ridefinizione della politica estera armena.
Contesto politico e arresto del magnate Samvel Karapetyan
Alla base della proposta di Simonyan vi è il recente arresto dell’imprenditore Samvel Karapetyan, presidente del gruppo “Tashir” e tra i più influenti uomini d’affari armeni in Russia. Il magnate è stato accusato dalle autorità armene di incitamento al rovesciamento dell’ordine costituzionale. In un commento durissimo, Simonyan ha attaccato apertamente alcuni giornalisti russi, definendoli “manqurt”, “scimmie” e “degenerati”, colpevoli – secondo il presidente del Parlamento – di fomentare tensioni interne e compromettere le relazioni bilaterali.
Secondo RT, Erevan considera ormai alcuni contenuti televisivi provenienti dalla Russia come “tossici” e destabilizzanti. L’iniziativa sarebbe parte di un’azione più ampia volta a contenere l’influenza di Mosca nello spazio mediatico armeno, nel contesto di crescenti divergenze politiche e geopolitiche.
Una rottura ormai sistemica
Le critiche del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, che ha descritto l’Armenia come “un paese amico” e ha ricordato che “milioni di armeni sono cittadini russi”, sembrano non aver influenzato la determinazione di Erevan. Come sottolinea BBC Russia, la leadership armena appare intenzionata a proseguire sulla via della separazione politica, comunicativa e culturale dal proprio storico alleato.
A partire dalla fine della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, il governo del primo ministro Nikol Pashinyan ha sistematicamente preso le distanze dalla Russia: ritiro dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), cancellazione di esercitazioni militari congiunte e interruzione della cooperazione nel campo della sicurezza. La posizione ufficiale è che Mosca non sia più percepita come un garante affidabile della sicurezza nazionale armena.
Da alleati a semplici osservatori
Parallelamente alla stretta sui media, Erevan ha intrapreso un percorso di ridefinizione della propria identità geopolitica, sempre più distante da quella promossa da Mosca. Le misure adottate includono non solo l’arresto di imprenditori filo-russi, ma anche la cancellazione di eventi culturali organizzati dalla diplomazia russa, la sospensione di visite ufficiali e, ora, la possibile interruzione delle trasmissioni dei talk-show più noti della propaganda del Cremlino, come quelli condotti da Vladimir Solov’ëv.
Come sottolineano analisti citati da ArmInfo, il quadro riflette un cambiamento irreversibile: il “fraterno” rapporto con la Russia è stato sostituito da una nuova linea politica orientata all’autonomia, che trova eco anche in un crescente uso di narrazioni antirusse e antisovietiche nella retorica politica interna.
L’erosione dell’influenza russa nel Caucaso
Il caso armeno è emblematico del più ampio processo di disintegrazione del modello d’influenza che la Russia ha cercato di mantenere nello spazio post-sovietico. La perdita di peso diplomatico di Mosca nel Caucaso meridionale è resa evidente dal fatto che anche l’Azerbaigian – storicamente più prudente – sta riorientando il proprio asse geopolitico, favorendo legami con attori regionali e globali alternativi.
Secondo più analisti, la Russia sta assistendo, impotente, alla riduzione progressiva della propria sfera di influenza in quella che un tempo definiva “zona di interessi privilegiati”. Il punto interrogativo che resta è se il Cremlino abbia ancora risorse e strumenti per invertire la tendenza o se debba rassegnarsi al ruolo di osservatore nella nuova configurazione del Caucaso.