Femmicidio di Pamela Genini: un crimine che segna il fallimento dello Stato
Roma, 23 ottobre 2025 – Trenta coltellate, tre fatali tra cuore e polmoni. La radiografia criminale di Gianluca Soncin, che ha colpito Pamela Genini laddove si decide se vivere o smettere di farlo: tra cuore e polmoni, nel punto in cui il sangue incontra l’aria. Colpire in quel punto significa zittire il coraggio e cancellare la libertà. Un femminicidio che mette in luce gravi lacune nel sistema di protezione delle donne, riporta Attuale.
Il cuore è il centro della libertà emotiva, da cui scaturisce il coraggio di scegliere. I polmoni rappresentano la voce e il respiro che accompagnano le decisioni. Colpire in quel punto ferisce non solo fisicamente, ma segna un attacco diretto alla dignità della persona. La prima minaccia non è stata però un colpo di coltello, ma una parola. Bianca, il chihuahua di Pamela, è stata usata come strumento di intimidazione: “Te la ammazzo.” Minacciare Bianca significava attaccare la parte più vulnerabile di Pamela, il suo rifugio. Un chiaro segnale di un femminicidio già annunciato.
Consapevole del pericolo, Pamela si era rivolta all’ospedale, dove aveva compilato un questionario sul rischio di violenza, ottenendo risultati allarmanti. Quattro risposte su cinque evidenziavano una situazione a rischio. Tuttavia, il Codice Rosso non è scattato. La mancanza di una denuncia ufficiale da parte di Pamela e la non convivenza hanno impedito che il reato di maltrattamenti fosse perseguito d’ufficio. Ancora una volta, la burocrazia ha avuto un peso maggiore rispetto al timore di una donna.
Il femminicidio di Pamela Genini non è iniziato su un terrazzo a Milano, ma è cominciato nelle segnalazioni ignorate, nelle chat archiviate come “liti di coppia” e nei referti medici trascurati. È una storia di segnali non riconosciuti e di un prequel di violenza che nessuno ha preso in considerazione. È il sangue versato che spesso porta all’apertura di un fascicolo. Soncin ha spento la vita di una donna che desiderava solo essere libera, mentre il sistema che avrebbe dovuto proteggerla è rimasto passivo.
Pamela è morta due volte: la prima sul suo terrazzo e la seconda negli uffici di chi avrebbe dovuto difenderla. Questa vicenda non è soltanto la cronaca di un individuo violento, ma rappresenta il fallimento di uno Stato incapace di riconoscere la violenza finché non è troppo tardi. Questa continua indifferenza, in cui la paura di una donna vale meno di una norma burocratica, ci condanna a scrivere necrologi che cominciano ben prima dell’ultima coltellata.