Fermati o rallentati? Futuro dei piani nucleari iraniani

24.06.2025 08:05
Fermati o rallentati? Futuro dei piani nucleari iraniani

L’aviazione israeliana ha di recente condotto un bombardamento mirato su Fordow, colpendo le vie d’accesso del sito situato all’interno della montagna. Curioso però che questa operazione non sia avvenuta prima dell’attacco americano, quando era in corso un’intensa attività di movimentazione di camion e bulldozer attorno agli ingressi dei tunnel, riporta Attuale.

Il recente attacco dell’IDF potrebbe essere interpretato come un tentativo di ostacolare le operazioni di recupero e mantenere una pressione costante su un obiettivo strategico, suggerendo che l’Operazione Martello di Mezzanotte, ideata da Donald Trump, potrebbe non aver chiuso definitivamente il capitolo. Questo è ciò che molti esperti temono.

Rafael Grossi, direttore dell’AIEA, ha confermato che l’impianto ha subito danni significativi, ma nessuno, nemmeno la sua agenzia, può attestare in che misura. Al contrario, nel caso di Natanz e Isfahan, le immagini satellitari parlano chiaro; diversi edifici sono stati distrutti, e almeno due potenti bombe sganciate dai B-2 sul primo site, con altri 30 missili lanciati dal sommergibile Georgia diretti verso il secondo, hanno compromesso ulteriormente le strutture già bersagliate in precedenza dagli attacchi israeliani.

Grossi, sempre più criticato dalla Repubblica Islamica, ha espresso il suo parere dopo i commenti entusiastici del presidente americano. In breve: l’operazione rappresenta una manovra coordinata, dimostrando l’efficienza strategica del Pentagono. Inoltre, un ruolo cruciale è stato assunto dalla logistica, grazie alla flotta di aerei cisterna che ha supportato gli Spirits e oltre un centinaio di altre unità nell’esecuzione dell’incursione.

Le GBU hanno causato danni ingenti. Tuttavia, l’effetto reale degli attacchi sarà chiaro solo quando l’intelligence e fonti affidabili saranno in grado di verificare ciò che è accaduto all’interno del bunker di Fordow e non solo. Questo processo richiederà tempo, mentre il presidente ha già reagito definendo “fake news” le affermazioni che minimizzavano l’impatto dell’operazione: “Abbiamo distrutto tutto.”

Jeffrey Lewis, esperto del settore, ha espresso le sue riserve via Twitter, pur non sminuendo l’importanza del raid. Non esistono certezze riguardo alla quantità di uranio arricchito presente durante l’attacco; gli iraniani affermano di averlo trasferito, un’ipotesi ritenuta plausibile anche dagli analisti americani. Vi sono anche interrogativi su come questo trasferimento sia avvenuto: mediante camion osservati? Oppure i veicoli hanno solo rinforzato le barriere di protezione? È possibile che parte del materiale sia stata messa al sicuro in un deposito protetto nella zona di Natanz, risparmiata fino ad ora dall’offensiva Rising Lion.

In aggiunta, ci sono indicazioni che gli scienziati iraniani dispongano di circa 400 chilogrammi di uranio arricchito, sufficiente per continuare — se autorizzati dalla Guida Khamenei — verso lo sviluppo di un’arma nucleare. L’insegnamento da trarre è chiaro: le opzioni militari possono solo ritardare, ma non arrestare completamente il programma nucleare. Questo è un principio noto da tempo, ancor prima che Trump ordinasse il dispiegamento delle forze B-2, con una formazione proveniente dal Pacifico e l’altra dall’Atlantico. È emerso anche un dibattito sulle capacità delle GBU, con alcuni che dubitavano della garanzia di successo totale, mentre altri, incluso il Pentagono, affermavano: “L’abbiamo testata e ci siamo preparati a lungo per il suo utilizzo”. Insomma, è un’incitazione a fidarsi.

Lasciando da parte le valutazioni di efficacia, si è costantemente affermato negli ambienti diplomatici e militari l’allerta riguardo all’esistenza di un programma parallelo (segreto) dedicato da parte degli ayatollah per la ricerca atomica. Questo programma è stato concepito per sfuggire ai controlli internazionali, gestito da un numero limitato di scienziati e pasdaran, ed è pensato per resistere a eventuali attacchi da parte dei nemici. Gli israeliani non hanno atteso gli Stati Uniti o Trump per lanciare le loro offensive; tra sabotaggi, virus informatici, eliminazioni mirate e forniture fallaci di tecnologia all’Iran, nonostante ciò, le pressioni non sono state sufficienti a indurre la Repubblica islamica a ritirarsi dai suoi obiettivi nucleari.

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