Italia domina nel numero di frane, Niscemi è solo la punta dell’iceberg
Roma, 29 gennaio 2026 – Niscemi non è un caso isolato. Con 684.398 frane censite dall’Inventario dei fenomeni franosi in Italia (Iffi) dell’Ispra – pari a due terzi di quelle europee – e una superficie complessiva delle aree a rischio e di attenzione di 69.530 chilometri quadrati (il 23% del territorio nazionale), l’Italia ha il primato delle frane in Europa. “È un dato importante. Ogni anno abbiamo qualche migliaio di frane che si attivano o riattivano. Per attive intendiamo le frane che sono in movimento, che si stanno spostando, come quella di Niscemi. Di queste quelle hanno un impatto significativo con danni gravi a centri abitati, infrastrutture e persone sono qualche centinaio l’anno”, spiega Alessandro Trigila, responsabile della Sezione ‘Sviluppo e coordinamento dell’Iffi e monitoraggio in situ delle frane’ del Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia dell’Ispra, riporta Attuale.
Negli ultimi 50 anni gli eventi di frana hanno causato 1.060 morti, 10 dispersi, 1.443 feriti e 138.743 evacuati, e senzatetto e, ad oggi, la popolazione a rischio frane in Italia è complessivamente pari a 5,7 milioni di abitanti. Di questi – stando all’ultimo Rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico in Italia – sono 1,28 milioni residenti in aree a maggiore pericolosità (808mila in aree P3 ‘elevata’; 480mila in P4 ‘molto elevata’) pari al 2,2% della popolazione totale. Un dato che si traduce in oltre 582mila famiglie, 742mila edifici, quasi 75mila unità locali di impresa e 14mila beni culturali esposti a rischio.
Le regioni con il numero più elevato di abitanti a rischio frane residente in aree di pericolosità P3 e P4 sono Campania, Toscana, Liguria, Sicilia, Lazio ed Emilia-Romagna, con i valori più elevati nelle province di Napoli, Salerno, Genova e Firenze. Toscana, Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Campania, Sardegna, Piemonte, Abruzzo, Lombardia e la Provincia Autonoma di Trento hanno, invece, le maggiori superfici a pericolosità P3 e P4. Le province con valori più elevati di superficie a rischio sono Aosta, Trento, Salerno e Grosseto.
Da Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, la “città che muore” – come la definì Bonaventura Tecchi – ubicata su una rupe tufacea interessata da un progressivo arretramento delle scarpate, oggi abitata da sole dieci persone, a Cavallerizzo di Cerzeto, dove nel 2005 in Calabria tutte le case sono state distrutte e gli abitanti trasferiti in un altro centro, sono numerosi i borghi storici interessati da fenomeni franosi innescatesi o riattivatisi anche negli ultimi anni. Se, da una parte, il rischio frane crea ‘luoghi fantasma’, dall’altra gli interventi di consolidamento e riduzione del rischio idrogeologico nel corso degli ultimi decenni hanno contribuito a preservare diversi centri storici come Certaldo (Firenze), Todi (Perugia) e Orvieto (Terni).
“Le frane – sottolinea Trigila – possono essere previste ma solo in determinate condizioni. Sono 1.024 le frane oggi monitorate con strumentazione sul sito. Il monitoraggio è importante: consente di conoscere i trend evolutivi della frana ed, eventualmente, di allertare la popolazione. Niscemi era uno dei siti individuati dalla regione Siciliana come prioritario per attivare il monitoraggio. È stato finanziato dal ministero dell’Ambiente nell’ambito del progetto Pnrr-Sim.”
È davvero preoccupante sapere che l’Italia ha il primato delle frane in Europa. Non si parla mai abbastanza di questo problema e le vite delle persone sono in gioco. Che cosa si sta facendo per proteggere le aree a rischio? Non possiamo aspettare che accada il peggio!