Il 17 giugno 2025, la Commissione Europea ha proposto una misura epocale: vietare completamente l’importazione di gas russo — sia quello trasportato tramite gasdotti, sia il GNL (gas naturale liquefatto) — entro la fine del 2027.
Ma, a differenza delle sanzioni classiche, questa iniziativa assume forma di riforma normativa nel settore commerciale ed energetico dell’UE. Una mossa astuta, che aggira il potenziale veto di paesi come Ungheria e Slovacchia, e che segna un nuovo corso nella politica energetica del continente.
Un cambio di rotta irreversibile per l’Europa
Con questa decisione, l’Unione Europea non si limita più a “ridurre” la dipendenza energetica dalla Russia: si tratta ormai di eliminare completamente il gas russo dal mix energetico europeo.
Per Mosca — e soprattutto per Gazprom — si tratta di un colpo profondo e forse irreversibile: crollo delle entrate, decadenza delle infrastrutture, prezzi interni in aumento e una perdita totale del principale mercato di esportazione.
Secondo il report del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), nel maggio 2025 le esportazioni russe di combustibili fossili hanno generato circa 565 milioni di euro al giorno — un calo del 19% rispetto all’anno precedente e quasi la metà rispetto ai primi mesi dell’invasione dell’Ucraina.
Un buco da 20 miliardi: i numeri parlano chiaro
L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il gasdotto russo fruttasse circa 55 miliardi di dollari l’anno prima della guerra. Nel 2023, sebbene i volumi fossero già crollati, le esportazioni verso l’Europa valevano ancora 15-17 miliardi di dollari.
Con il nuovo divieto, Mosca potrebbe perdere fino a 20 miliardi di dollari all’anno: una cifra che pesa quanto l’intero bilancio statale russo per la sanità. Per coprire queste perdite, il governo dovrà probabilmente tagliare la spesa pubblicao aumentare le tasse interne.
Gazprom perde il suo ultimo grande mercato
L’Unione Europea era l’ultimo mercato redditizio per Gazprom. Il gas venduto alla Cina, per esempio, nel 2023 ha generato solo 4 miliardi di dollari, contro i 15 miliardi ottenuti in Europa.
Con la chiusura del mercato europeo, Gazprom diventerà cronica fonte di perdite: nel 2024, l’azienda ha già registrato un deficit netto di 1.076 trilioni di rubli, rendendo impossibile il pagamento dei dividendi e minando la sostenibilità dei suoi progetti futuri.
Mercato interno insufficiente, infrastrutture sprecate
Nonostante la retorica sull’autarchia energetica, il consumo interno in Russia è cresciuto di appena il 5-6% in oltre un decennio. Senza mercati esteri, il gas in eccesso non ha più sbocchi: si rischia di dover interrompere progetti o bruciare il surplus.
Inoltre, infrastrutture mastodontiche come il gasdotto “Forza della Siberia” (costato oltre 1.100 miliardi di rubli) e il futuro “Forza della Siberia-2” (stimato a 1.500 miliardi) non trovano più sbocchi utili: la Cina tentenna a firmare nuovi contratti e nessun altro mercato può compensare la perdita europea.
Conseguenze per i cittadini russi: più spese, meno sicurezza
Il prezzo del gas per le famiglie in Russia è già aumentato del 37% dall’inizio della guerra. A partire dal 1° luglio 2025, è previsto un ulteriore aumento del 10,3% per tutti i consumatori, con picchi del 21,3% per le aziende del settore energetico.
Nel frattempo, l’obsolescenza delle reti, la mancanza di fondi per la manutenzione e l’espansione causeranno più frequenti blackout e problemi di approvvigionamento, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone più isolate.
Fine del ricatto energetico russo
Il blocco del gas russo da parte dell’UE non è solo un atto economico, ma un gesto geopolitico. Mosca perde uno dei suoi principali strumenti di pressione: per anni, il gas è stato arma di ricatto verso Ucraina, Moldavia, Polonia e persino la Germania.
Ora, l’Europa mostra una nuova resilienza, chiudendo definitivamente il canale della dipendenza energetica. Per la Russia, non si tratta solo di perdere miliardi, ma di vedersi sfuggire di mano l’influenza politica guadagnata negli anni.