Gemona, sei ore di terrore: assassinato e smembrato da una madre negativa

06.08.2025 07:45
Gemona, sei ore di terrore: assassinato e smembrato da una madre negativa

Lorena ha ucciso e fatto a pezzi suo figlio.

Quest’atto rappresenta la più assoluta negazione della maternità biologica: non si tratta di dare vita, ma di annullarla completamente. L’atto di rimuovere fisicamente il corpo riporta alla mente l’idea che ciò possa in qualche modo estinguere il legame che intercorre tra madre e figlio, riporta Attuale. Al centro del delitto di Gemona non si trova solo un corpo disprezzato, ma anche una dinamica relazionale patologica. Qui emerge una diade fusionale tra madre e nuora, che ha stravolto i confini affettivi e morali. Lorena aveva affermato: “Mailyn è la figlia che non ho mai avuto”. Questa dichiarazione è un chiaro segnale di un principio insidioso: l’annullamento delle differenze e una reciproca identificazione come unica via di salvezza. Quando due esseri vulnerabili si uniscono, si crea una relazione che non accetta l’ingresso di estranei.

In questo contesto, l’estraneo era rappresentato da Alessandro, il figlio. Costui minacciava la stabilità di quel legame pericoloso, assolutamente patologico, stipulato tra madre e nuora. Quest’equilibrio era composto da timori condivisi, rancori repressi e la nipote, Mailyn, non veniva vista come frutto di una relazione, ma come un bene conteso. La giovane ha soffocato il compagno con i lacci delle scarpe, poiché non erano riusciti a strangolarlo a mani nude, e Lorena ha proceduto a smembrarlo su un lenzuolo. Non c’è stata nessuna esitazione. La confessione non esemplifica un atto impulsivo, ma un’esecuzione pianificata, attuata con freddezza. Si è tentato di sedarlo, utilizzare insulina e soffocarlo con un cuscino. Alessandro, pur privo di forze, continuava a reagire. Quella prolungata attesa tra le 17.30 e le 23 ha segnato il definitivo collasso affettivo: il figlio non è più stato considerato tale, ma semplicemente come un impedimento.

Lo smembramento non è stata un’azione gratuita e crudele. Ha rappresentato un disperato tentativo di ripristinare un equilibrio interno, di rimuovere ciò che disturbava la simbiosi. In criminologia, ci si riferisce al termine disumanizzazione post-mortem: un processo che consente di trattare un cadavere come un oggetto. Tuttavia, in questo caso, si va oltre. Il corpo non era soltanto disumanizzato, ma era divenuto funzionale. Doveva dissolversi. L’occultamento appariva come un gesto di pietà. Come se la calce viva potesse santificare. Questa vicenda esemplifica il collasso dell’identità. Una madre che fa a pezzi il proprio figlio non ha soltanto cessato di riconoscerlo: ha smesso di identificarsi come madre.

Lorena si presume di attribuire la responsabilità dell’atto più efferato. Mailyn, secondo quanto dichiarato, si limita a trasportare le tre parti nel bidone. “Era lei che mi chiedeva di uccidere mio figlio Alessandro da mesi, fin dal giorno della nascita della loro bambina”, afferma la 61enne. Si delinea così una cooperazione simbiotica orientata all’eliminazione di un uomo. In quel barile non giaceva solo un corpo, ma l’implosione di un intero sistema di significati: maternità, coppia, famiglia. Tutto è stato sovvertito. L’atto più naturale, quello di proteggere, è stato trasformato nel suo opposto: distruggere. In quel barile, quindi, non c’era solo un corpo, ma la distruzione del simbolo più antico che abbiamo: la madre come custode della vita.

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