Roma, 16 novembre 2025 – “Ogni giorno mi domando dove abbiamo sbagliato, cosa non abbiamo ancora fatto per arrivare a una verità. Non ho pace“. Sono le parole di Giovanna, la figlia del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel nulla il 2 luglio del 1994 dopo essere uscito di casa. “Per anni – racconta la donna in un’intervista al Corriere della Sera – guardavo i clochard per strada sperando di trovarlo magari vittima di una amnesia. Ingenuità, ma non c’è stato un solo giorno in cui non mi sia mancato profondamente. Uno solo. Anche se io dovessi vivere cento anni, continuerò a cercare mio padre, continuerò a cercare di capire cosa è successo, dove è finito, chi ce l’ha portato via per sempre“, riporta Attuale.
Dove è finito Adinolfi? Gli scavi alla Casa del Jazz
Scomparso trent’anni fa, del giudice Adinolfi non sono mai state trovate delle tracce. Le verifiche si sono concentrate sotto la Casa del Jazz, in quella che un tempo fu la villa di Enrico Nicoletti, ritenuto il cassiere della Banda della Magliana. Lì potrebbe essere sepolto il corpo del giudice. Nei giorni scorsi sono iniziati gli scavi, con l’obiettivo di trovare l’accesso alla galleria ‘tombata’, chiusa circa 30 anni fa.
Giovanna Adinolfi afferma di non essere stata messa al corrente degli scavi sotto la Casa del Jazz per trovare i resti di suo padre: “L’abbiamo saputo dai giornali, anzi da amici che hanno visto i giornali prima di noi. Nessuno ci ha avvertito”.
“Ogni giorno la stessa domanda: papà a cosa stavi lavorando?”
“Io non lo so cosa sia successo a mio padre – afferma ancora la donna – non ne ho proprio idea, sono decenni che ci pensiamo. Nel mio cuore sono convinta che c’entri la rettitudine e l’estrema serietà con le quali interpretava il suo lavoro. Mi sveglio ogni giorno con questa domanda: papà a cosa stavi lavorando per cui ti hanno fatto sparire?”.
“Ci raccontarono che a una cena – ricorda Giovanna Adinolfi – una persona importante disse: Paolo si sa benissimo dov’è, è sotto la casa di Enrico Nicoletti che ora è la Casa del Jazz. Ci arrivò come un pettegolezzo, ma mia madre fece un esposto. Interrogarono Nicoletti e scavarono anche sotto casa sua, ma le macchine all’epoca si fermarono perché il terreno era molto poroso. Nicoletti stesso ci raccontarono disse al giudice: lo so che lei vuole sapere dove è Adinolfi, io non glielo dirò”.
Adinolfi voleva “svuotare gli armadi” di Roma
“Mio padre a casa diceva sempre a Roma c’è la camorra e nessuno se ne accorge, a volte ho la sensazione che non avesse ben chiaro il rischio che stesse correndo. O forse ci ha solo protetto non dicendoci nulla. Il suo obiettivo era ‘svuotare gli armadi’, cioè studiare tutti i casi fermi di cui nessuno si occupava. Studiò la vicenda del fallimento di una società chiamata Fiscom (1992), che secondo gli inquirenti aveva legami con ambienti della criminalità organizzata e con la Banda della Magliana, ma non era l’unico caso. Mio padre non lo ricordo mai in ferie” conclude Giovanna Adinolfi nell’intervista.