Salario minimo e contrattazione collettiva: il governo affronta la sfida
Il governo italiano sta cercando di chiudere la questione del salario minimo per legge, spostando invece l’attenzione sulla contrattazione collettiva. Il progetto di decreto attuativo per la delega sul lavoro, soprannominato ‘Decreto Primo Maggio’, stabilisce che il trattamento economico “proporzionato e sufficiente”, come indicato dalla Costituzione, deve derivare dai contratti nazionali e non da un’adeguata soglia legale. Il messaggio politico è chiaro: la retribuzione “giusta”, secondo il governo, non si basa su un minimo legale, ma sul rafforzamento del sistema negoziale, pilastro della tutela salariale, riporta Attuale.
Tuttavia, la realizzazione di questa operazione appare complessa, poiché le posizioni delle principali parti sociali, inclusi i datori di lavoro e i sindacati, sono ferme nel tentativo di evitare che il governo avalli contratti collettivi che potrebbero rivelarsi “contratti pirata”, strumenti legali di dumping contrattuale. Questo rappresenta un nodo cruciale legato alla questione della rappresentanza.
La bozza richiama i contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative, ma non stabilisce ancora un sistema efficace e trasparente in grado di distinguere chiaramente i contratti di riferimento da quelli “pirata”. Questo è il punto dolente dell’intera iniziativa: una volta riportata al centro la contrattazione, è necessario definire con precisione quali contratti abbiano effettivamente valore.
Questo aspetto non è meramente teorico. Attualmente, presso il Cnel, sono registrati 1.052 contratti, ma non tutti rappresentano realmente i rispettivi settori. In assenza di misure rigorose, sussiste il rischio di lasciare spazio a sigle deboli o a intese poco rappresentative, risultando in salari legali inferiori a quelli stabiliti dai contratti principali di Cgil, Cisl e Uil e delle organizzazioni datoriali più importanti. In questo contesto si colloca anche la norma riguardante la vacanza contrattuale. Nel caso in cui un contratto nazionale scada e non venga rinnovato, dopo sei mesi scattarebbe un’indennità pari al 30% dell’inflazione programmata applicata ai minimi retributivi; dopo dodici mesi, la quota salirebbe al 60%. Si tratta di un segnale, anche se non rappresenta una vera e propria inversione di rotta. Il riferimento resta infatti l’inflazione programmata e non quella reale, il che implica che la protezione del potere d’acquisto potrebbe risultare parziale nei periodi di maggiore inflazione. Inoltre, manca un meccanismo vincolante che obblighi le parti alla conclusione delle trattative, attenuando il danno ma senza risolvere il blocco dei rinnovi.
Il fulcro operativo del provvedimento sembra consistere, in effetti, più nel fisco che nella retribuzione diretta. Questo si traduce in due direzioni: innanzitutto, verrebbero resi strutturali gli incentivi per l’assunzione di giovani e donne, attualmente disponibili solo fino alla fine di aprile o alla fine dell’anno. Ciò riguarderebbe anche gli aumenti riconosciuti nei rinnovi contrattuali a partire dal 2024, che verrebbero tassati al 5% per i dipendenti privati con redditi fino a 33 mila euro.
A partire dal 2027, sarà introdotta un’imposta sostitutiva del 15% su turni di lavoro notturni, festivi, straordinari e nello specifico per i redditi annuali fino a 1.500 euro per chi guadagna meno di 40 mila euro. Dal 2028, invece, i premi di produttività e le somme legate agli utili saranno tassati all’1% fino a un massimo di 5 mila euro. Questo pacchetto amplia anche il perimetro del welfare, introducendo benefit fino a 3 mila euro, sanità integrativa contrattuale fino a 500 euro e coperture per il Long term care collegate alla previdenza complementare. Tuttavia, qui si concentra un altro punto critico. Il decreto del Primo Maggio potrebbe nascere senza una base finanziaria solida. Nella bozza, infatti, l’articolo sulle coperture è ancora sostanzialmente vuoto: gli oneri devono essere quantificati, le risorse individuate e il meccanismo completato. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un punto politico fondamentale. La solidità delle coperture è ciò che separa una riforma del lavoro da una serie di buone intenzioni e, se le risorse non ci sono, il rischio è che l’iniziativa resti solo un annuncio.