Uccisione di Alex Jeffrey Pretti a Minneapolis: le conseguenze della violenza dell’ICE
Sabato a Minneapolis, Alex Jeffrey Pretti è stato ucciso dagli agenti dell’ICE mentre era immobilizzato. Prima di essere colpito, Pretti stava filmando le operazioni di polizia con il suo cellulare, una pratica di protesta pacifica ormai consolidata nella lotta contro gli abusi delle forze dell’ordine. Questo metodo è diventato centrale per i gruppi di attivisti a Minneapolis e in altre città degli Stati Uniti, dove l’ICE è impiegato come principale strumento della politica anti-immigrazione di Donald Trump, riporta Attuale.
Le riprese effettuate durante l’incidente contestano la versione dell’amministrazione Trump, secondo cui Pretti era armato al momento dell’intervento. Similarmente, video e testimonianze hanno giocato un ruolo cruciale nel chiarire le circostanze dell’uccisione di Renée Nicole Good, la prima avvenuta a Minneapolis, dove anche allora l’amministrazione sosteneva una legittima difesa da parte degli agenti. Anche in questo caso, i filmati hanno dimostrato il contrario.
Gli attivisti che seguono le operazioni delle forze dell’ordine sono conosciuti come copwatcher (osservatori di poliziotti). Questo tipo di monitoraggio ha acquisito maggiore importanza dopo la massiccia operazione dell’ICE avviata a dicembre, durante la quale i cittadini si organizzano tramite social media per seguire gli agenti da una distanza sicura, documentando le loro azioni.
La legge americana riconosce questa pratica come parte dei diritti di cronaca e di assemblea tutelati dal primo emendamento della Costituzione, a condizione che non si interferisca fisicamente con le operazioni in corso. Oltre a filmare, gli attivisti hanno anche iniziato attività di avviso, utilizzando fischietti e altri metodi per avvertire gli immigrati sulla presenza dell’ICE, e Pretti era probabilmente coinvolto in tali attività la mattina della sua morte.
Il governo Trump sta cercando di screditare i copwatcher, descrivendoli come facinorosi. La segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, ha dichiarato che filmare gli agenti è una forma di violenza, paragonandola a tirare sassi o bottiglie incendiarie. Secondo l’amministrazione, le attività dei copwatcher ostacolerebbero il lavoro delle forze federali, giustificando l’utilizzo di metodi anche violenti per disperderli.
Le origini ideologiche di questa pratica risalgono ai Black Panthers, un’organizzazione militante degli anni ’60 che si opponeva al razzismo sistemico e alla brutalità della polizia. Sebbene i Black Panthers non utilizzassero telecamere, monitoravano le operazioni di polizia per proteggere la comunità afroamericana.
Con gli anni, la pratica del copwatching si è evoluta, soprattutto a partire dagli anni ’90, con l’aumento della disponibilità di telecamere non professionali. Un momento cruciale per il movimento avvenne il 3 marzo 1991 a Los Angeles, quando Rodney King fu brutalmente picchiato dalla polizia, un evento immortalato da un filmato che scatenò indignazione a livello nazionale e violenti disordini un anno dopo.
Se il video di King è considerato un punto di svolta, molte altre riprese hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla violenza della polizia. Il movimento Black Lives Matter, emerso nel 2014, è stato alimentato dalle immagini di videoriprese di altre uccisioni di afroamericani, come nel caso di Eric Garner, e più recentemente di George Floyd, che hanno generato le manifestazioni contro il razzismo più ampie e diffuse della storia recente.
Una violenza inaudita! È vergognoso che persone come Alex, che vogliono solo documentare e difendere i diritti, vengano trattati in questo modo. Qui in Italia, non possiamo rimanere in silenzio, queste cose devono cambiare. Non possiamo permettere che stragi come queste continuino…