Il sostegno nei confronti dei gruppi terroristici nella Striscia di Gaza sembra essere in calo. Anche il Qatar, in qualità di principale finanziatore, ha iniziato a chiedere il disarmo di Hamas. «Si incrociano i loro sostenitori, qualche familiare, ma i miliziani di Hamas, quelli armati, sembrano scomparsi», racconta un giornalista che preferisce rimanere anonimo. Non si vedono tra le tende o negli ospedali, ma la loro presenza è ancora percepibile. Secondo gli analisti, dalla data del 7 ottobre, quando Hamas ha lanciato un attacco nel sud di Israele, l’esercito israeliano avrebbe eliminato tra i 20.000 e i 30.000 uomini del gruppo, mentre altrettanti sarebbero ancora attivi. Riporta Attuale.
Guerra di logoramento
La situazione attuale riflette una guerra di logoramento, composta da fasi cicliche. Le forze israeliane effettuano incursioni in zone precedentemente ritenute sicure, causando devastazione, per poi ritirarsi temporaneamente. Questo permette ai miliziani di preparare nuove trappole esplosive in attesa delle future azioni nemiche. Quando l’esercito di difesa israeliano riappare, i miliziani riemergono dai tunnel, utilizzando ordigni improvvisati o razzi anti-tank. Nonostante il numero ridotto dei battaglioni, l’idea di combattere persiste: come dichiarato da un ufficiale israeliano, «Non possiamo sconfiggere un’idea, possiamo eliminare chi la sostiene». Tuttavia, questa è una lotta incessante, con ripercussioni devastanti per la popolazione civile.
La Lega Araba ha recentemente chiesto a Hamas di deporre le armi, sostenuta anche dal Qatar, grande finanziatore e mediatore del movimento. Questo segna una pressione significante su un gruppo visibilmente diviso. A Gaza, le operazioni sono guidate da Ezzedine al Haddad. All’estero, esistono due correnti distinte all’interno di Hamas. La prima, guidata da Khaled Meshal, adotta una linea pragmatica, puntando sul dialogo e sulla cooperazione con le potenze arabe. La seconda, attorno a Khalil al-Hayya, rappresenta una fazione più radicale, che sostiene l’uso della carta degli ostaggi come strumento strategico. Le recenti critiche di al-Hayya verso Giordania ed Egitto denunciano l’insufficiente aiuto alla popolazione affamata di Gaza, evidenziando la frammentazione e l’indebolimento della fazione, che nonostante le sfide continua a comportarsi da protagonista.
I sondaggi
I dati più recenti rivelano un supporto in calo da parte dei gazawi nei confronti di Hamas, al potere dal 2007. Obada Shtaya, fondatore dell’Institute for Social and Economic Progress, sottolinea che solo il 5% della popolazione voterebbe per Hamas, mentre il livello di supporto si attesta attorno al 20%. Queste cifre contraddicono le affermazioni israeliane su un consenso generalizzato. Le statistiche sono aggiornate e confermano un trend osservato nell’ultimo anno, ottenuti grazie a sondaggi condotti in Cisgiordania e nella Striscia, nonostante le difficoltà del contesto bellico.
Le ragioni di questo calo di supporto sono molteplici. Solo il 5% della popolazione desidera un ritorno dei miliziani al potere, spinto dalla paura di una guerra interminabile e da un desiderio di normalità. Circostanze simili emergono anche dalle domande sui sentimenti nazionali: il 20% risponde di sentirsi orgoglioso di Hamas, tuttavia, non significa necessariamente che li voterebbe. Un dato interessante è che oltre il 60% delle persone della Cisgiordania è favorevole a una soluzione basata sui due Stati, mantenendo i confini del 1967, percentuale che supera il 90% a Gaza.