I falsi indizi di Garlasco smascherati: un castello di carte senza sorprese

13.08.2025 08:25
I falsi indizi di Garlasco smascherati: un castello di carte senza sorprese

Riflessioni sul Caso di Chiara Poggi: Verità e Illazioni

Milano, 13 agosto 2025 – Negli ultimi tempi, la difesa di Alberto Stasi e una parte della popolazione hanno concentrato l’attenzione su un elemento: Ignoto 3. Questo profilo di Dna trovato nella bocca di Chiara Poggi era stato inizialmente considerato il segno di un possibile assassino. Tuttavia, è emerso che si trattava di una contaminazione legata a un altro cadavere, il che ha scosso profondamente le certezze consolidate. Nonostante ciò, il dibattito sulla revisione del caso continua, quasi come se si trattasse di un tasto per azzerare tutto. Già due richieste sono state respinte, e il codice di procedura penale è chiaro: è necessaria una prova nuova oppure la dimostrazione che la condanna sia basata su falsità evidenti. Una contaminazione non soddisfa nessuno di questi requisiti, fissando saldamente la sentenza esistente. Analogamente, il Dna trovato nella spazzatura, inizialmente attribuito all’assassino, è stato poi rivelato appartenere alla vittima stessa e a Stasi.

Alberto Stasi è stato identificato dalla giustizia come l’assassino di Chiara. Con l’emergere della nuova inchiesta, alcuni hanno iniziato a teorizzare la presenza di più persone sulla scena del crimine, suggerendo che il delitto fosse avvenuto in un contesto di festa. Ma la scena del crimine era testimoniata da un segno inconfondibile: un’impronta di scarpa unica, corrispondente all’omicidio. Misura 42, identica al piede di Stasi, mentre Andrea Sempio indossava un numero 44. La situazione è ulteriormente aggravata dalle ripercussioni su individui estranei al caso, come nel caso di Michele Bertani, amico d’infanzia di Sempio, che si è suicidato anni dopo il delitto di Garlasco.

Non esistono prove o testimonianze che possano collegarlo ai fatti, eppure alcuni hanno osato suggerire che fosse proprio lui Ignoto 3. È vero che ogni contatto lascia un segno, ma senza verifica e contesto, quella traccia diventa un colpo di pistola a salve, capace di infliggere danni. In questo frangente, una famiglia già distrutta ha dovuto affrontare ulteriore dolore, seppellendo un figlio per ben due volte: una nel cimitero e l’altra nel fango della calunnia mediatica. È bastato un verso di una canzone dei Club Dogo e un’immagine scattata al Santuario della Madonna della Bozzola per trasformare la vita di un giovane in una condanna morale senza possibilità di appello.

Le contaminazioni non dovrebbero verificarsi in una scena del crimine, ma chi lavora in questo ambito sa che avvengono più frequentemente di quanto si voglia ammettere. Tuttavia, esse da sole non sono sufficienti a riscrivere la storia di un delitto come quello di Garlasco. È altrettanto inaccettabile contaminare la memoria di una vittima con illazioni, invenzioni e cacce alle streghe. Questa vicenda non è una competizione sportiva da giocare fino al termine del campionato: si tratta della tragica scomparsa di una giovane di ventisei anni, avvenuta esattamente diciotto anni fa, e su un episodio di sangue non si gioca.», riporta Attuale.

1 Comment

  1. Incredibile come si possa rovinare la vita di una persona con così poche prove… Che tristezza pensare a quanto dolore ha dovuto sopportare la famiglia di Michele Bertani. Non si può giocare con la vita e la memoria delle persone così, è vomitevole. Poiché la giustizia dovrebbe basarsi su fatti solidi e non su illazioni.

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