Il piano di pace di Trump per Gaza: speranze e sfide
Dalla nostra inviata a Gerusalemme, oggi hanno preso avvio i colloqui di pace a Sharm el-Sheikh, Egitto, con la partecipazione di rappresentanti di Hamas, Israele, dell’inviato statunitense per il Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner. Il piano di pace, annunciato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, comprende 20 punti, uno in meno rispetto alle bozze precedenti, con la rimozione di quello che impegnava Israele a non attaccare il Qatar, dopo le recenti tensioni. Tale decisione è stata influenzata dal desiderio di Trump di garantire la sicurezza del Qatar, con ogni attacco futuro considerato come un attacco agli Stati Uniti, riporta Attuale.
Le trattative odierne rappresentano una fase cruciale, poiché il punto chiave del piano prevede la restituzione di tutti gli ostaggi (48 tra vivi e deceduti) entro 72 ore dall’accettazione pubblica dell’accordo. In cambio, Israele si è impegnato a rilasciare 250 prigionieri ergastolani e oltre 1.700 palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre. Tuttavia, la selezione dei prigionieri da liberare resta un argomento di intenso dibattito, con Hamas che desidera scegliere detenuti in base alla loro anzianità e importanza.
Al di là del tema degli ostaggi, Hamas ha mostrato disponibilità a discutere su altri punti del piano. In particolare, il punto riguardante la distribuzione degli aiuti umanitari avverrà tramite l’ONU e la Mezzaluna Rossa, escludendo la Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele e Stati Uniti. Inoltre, Hamas ha accolto favorevolmente l’intenzione di migliorare le condizioni di vita nella Striscia, specificando che nessuno sarà obbligato a lasciare Gaza, ma avrà la libertà di farlo.
Uno dei nodi cruciali rimane però il futuro ruolo di Hamas. Il piano attuale sembra escludere completamente la sua partecipazione nella governance di Gaza, ponendo preoccupazioni su come saranno gestite le responsabilità future. Il premier israeliano Netanyahu ha chiarito che né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) avranno un ruolo diretto nel controllo della Striscia, limitando la partecipazione palestinese a comitati indipendenti sotto l’egida dell’ANP solo se quest’ultima completerà le sue riforme.
Inoltre, il ritiro delle truppe israeliane resta un altro punto delicato, con Hamas che chiede un ritiro totale, condizione non accettabile per Israele, che pretende garanzie su una Gaza “riqualificata”. Il portavoce di Hamas ha minacciato che il disarmo del gruppo potrà avvenire solo con la creazione di uno Stato palestinese e un esercito nazionale, anche se si sono aperti a un disarmo graduale sotto supervisione internazionale.
Questi sviluppi rappresentano un ulteriore test per la stabilità della regione e per le relazioni tra le parti coinvolte, mentre il mondo osserva con attenzione i progressi verso un’importante intesa di pace.
Mah, è davvero complicato… mi sembra che questa faccenda di Gaza continui a ripetersi senza mai trovare una soluzione. Alla fine, chi ci guadagna? E questi scambi di prigionieri tra Israele e Hamas, sono solo un modo per allontanare il problema, nn credete? La pace è necessaria, ma a che prezzo?