Ftalati, inquinanti eterni, metalli pesanti e altre sostanze pericolose: è lunghissima la lista dei composti chimici individuati da Greenpeace nei prodotti venduti da Shein, il marchio di fast fashion più diffuso al mondo. Recenti analisi di otto laboratori indipendenti hanno confermato che un indumento su tre analizzato contiene sostanze pericolose per la salute in concentrazioni superiori ai limiti europei. Questo dato, che include anche i vestiti per bambini, riaffirma i risultati delle verifiche condotte da Greenpeace nel 2022, dopo le quali Shein aveva promesso di migliorare la sicurezza dei propri prodotti, riporta Attuale.
Nonostante gli impegni assunti, a distanza di tre anni, il rilascio di capi pericolosi persiste. Greenpeace denuncia che sui 10mila capi messi in vendita ogni giorno, continuano a essere presenti sostanze tossiche, minando la salute dei consumatori e il benessere ambientale. Questo mette in pericolo non solo gli acquirenti di vestiti a basso costo, ma anche lavoratori e lavoratrici spesso sottopagati, insieme all’ambiente stesso.
Ftalati, Pfas e metalli pesanti
Su 56 prodotti acquisiti in otto paesi e analizzati da organismi indipendenti, ben 18 non rispettano le norme del regolamento europeo Reach, pensato per proteggere i cittadini dalle sostanze chimiche nocive. Nonostante controlli e divieti, prodotti contenenti Pfas e ftalati in concentrazioni fino a 3.300 volte (PFAS) e 100 volte (ftalati) oltre i limiti consentiti continuano a essere indossati.
Il principale rischio associato ai Pfas, definiti “inquinanti eterni”, riguarda giacche e capi tecnici. Questi composti, capaci di contaminare perennemente le risorse idriche, rendono i vestiti impermeabili o antivento. Tuttavia, il vero prezzo di questi prodotti ricade sull’ambiente e non sul consumatore.
Le conseguenze legate agli ftalati e ai metalli pesanti, come cadmio e piombo, sono altrettanto gravi. Questi elementi, che possono essere cancerogeni, presentano effetti collaterali simili a quelli della formaldeide, riscontrata in uno dei capi esaminati.
Una riflessione obbligatoria sul fast fashion
Questo report, sebbene basato su un numero limitato di articoli rispetto a quelli quotidianamente commercializzati da Shein, mette in luce l’insostenibilità del fast fashion, un fenomeno non limitato a questo marchio. Secondo Greenpeace, dal 2000 la produzione globale di abiti è più che triplicata, con 180 miliardi di indumenti prodotti ogni anno, una percentuale tra il 10% e il 40% dei quali viene distrutta senza mai essere venduta o indossata.
Il costo ambientale è notevole, con stime che indicano l’industria della moda responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra. Il fenomeno dell’ultra fast fashion sta aggravando una crisi che necessita di misure urgentemente correttive, sostenuta dal senso di bisogno indotto dal mercato e dal continuo rinnovarsi delle tendenze. Dati indicano che, dal 2000 al 2015, il tempo di utilizzo di un articolo d’abbigliamento prima della distruzione è calato del 35%.
Tuttavia, il problema è anche di natura culturale. Il fast fashion soddisfa un’esigenza sociale, caratterizzata dalla ricerca di esclusività e anticipazione delle tendenze per ottenere visibilità. Questo porta a un’omologazione sempre più evidente, costellata di indumenti potenzialmente dannosi per l’ambiente e la salute, minacciando un danno irreversibile. Senza un cambiamento culturale profondo, il shopping low cost continuerà a rispondere alle richieste del mercato.