Il 15% degli adolescenti italiani ritiene accettabile l’uso della violenza nelle relazioni, studio di Save the Children rivela

18.02.2026 11:05
Il 15% degli adolescenti italiani ritiene accettabile l'uso della violenza nelle relazioni, studio di Save the Children rivela

Quasi un adolescente su quattro considera la gelosia una prova d’amore. Un venti per cento ritiene accettabile controllare la posizione del partner, mentre un adolescente su otto condivide le password dei propri dispositivi e social. Inoltre, il 15% afferma che “può scappare uno schiaffo ogni tanto”. Questi sono i dati allarmanti riguardanti le relazioni adolescenziali in Italia, come evidenziato dall’indagine Stavo solo scherzando di Save the Children. Realizzata in collaborazione con Ipsos su un campione di mille adolescenti tra i 14 e i 18 anni residenti in Italia, la relazione evidenzia che abusi e pericoli, pratiche di controllo e coercizione sono diffusi non solo nelle coppie. La violenza è una costante anche tra amici, conoscenze occasionali e nei legami che si instaurano unicamente in chat. Soprattutto, questo fenomeno è più diffuso e grave quando rivolto alle donne, riporta Attuale.

Il dossier si inserisce in un contesto già critico, come evidenziato dai report Istat del 2014 e del 2025: la tendenza nazionale sulla violenza appare sostanzialmente stabile. Tuttavia, la situazione si aggrava se osservata mediante una lente di genere. Tra le ragazze di età compresa tra i 16 e i 24 anni, la percentuale di quelle che dichiarano di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni è aumentata di quasi dieci punti percentuali, arrivando al 37,6%.

Dove prende forma la violenza: l’ambiente “onlife”

È cambiato anche il contesto in cui la violenza si manifesta. Come sottolinea la sociologa Elena Pavan, non vi è più una scala ordinata di gravità né gli spazi di violenza sono chiaramente definiti, che siano pubblici o privati, online o offline. Le stesse persone transitano rapidamente tra chat, social network, scuola, spazi urbani e casa, sperimentando forme di violenza ibride e simultanee. Si è creato un paesaggio reticolare, un “violencescape” dove le violenze fisiche e simboliche, digitali e non, si intrecciano, persistono e si rinforzano.

Questa dinamica è facilitata da un ambiente che il filosofo Luciano Floridi ha definito “onlife”: una continuità strutturale tra online e offline, creando un unico spazio relazionale che rende gli eventi sullo schermo influenti nella vita reale e viceversa. Per gli adolescenti italiani, questa è una normalità: la quota di giovani iperconnessi è quasi raddoppiata in soli due anni e mezzo, passando dal 23,1% al 39,4%. I social “appearance-based”, focalizzati sull’immagine, amplificano ulteriormente l’esposizione e la pressione performativa, con ricadute significative sia sul corpo che sulla dimensione emotiva.

La circolarità della violenza adolescenziale

Le rappresentazioni che interpretano gelosia e controllo come segni d’amore trovano ampio riscontro nelle esperienze raccontate dagli adolescenti nell’indagine di Save the Children. Oltre un terzo degli intervistati riferisce uso di linguaggio aggressivo o offensivo, il 34% racconta di esperienze di controllo digitale e il 31% di ricatti emotivi. Le differenze di genere non annullano l’asimmetria.

Sebbene le percentuali di chi subisce violenza siano simili, i comportamenti più violenti sono maggiormente diffusi tra i ragazzi. Il dato più significativo è che, nelle relazioni adolescenziali, la violenza tende a essere circolare. I comportamenti subiti corrispondono in gran parte a quelli che ragazzi e ragazze dichiarano di aver agito. Non esistono due popolazioni separate — vittime da una parte, autori dall’altra — ma un repertorio relazionale condiviso. In questo modo, la violenza rischia di scomparire, non per assenza, ma perché assorbita nell’ordinario, neutralizzata dalla sua stessa diffusione.

Casa, scuola, strada: la mappa dell’insicurezza

L’endemicità della violenza e la sua pervasività sono tra i fattori più allarmanti. Inoltre, la percezione dei luoghi che dovrebbero essere considerati tradizionalmente sicuri è preoccupante: il 17% degli intervistati si sente insicuro nella propria abitazione, mentre il 25% in quella altrui.

La scuola è vista come uno degli spazi più esposti alla violenza, soprattutto tra le ragazze. Un adolescente su quattro dichiara di sentirsi in pericolo tra i banchi. Questa sensazione di insicurezza si estende ai luoghi pubblici: il 70% delle ragazze indica la strada come area a rischio (contro il 60% dei ragazzi), e oltre sei su dieci si sentono insicuri nei mezzi pubblici e negli spazi pubblici (a fronte di poco più di cinque su dieci per i ragazzi). Inoltre, il 54% del campione ha sperimentato catcalling nella vita reale (66% ragazze, 43% ragazzi).

Questa differenza di genere evidenzia come lo spazio pubblico si trasformi in un’area di privazione: di movimento e di sicurezza. Le conseguenze si traducono in pratiche concrete di evitamento. Quasi una ragazza su due evita il trasporto pubblico la sera, il 60% si tiene lontano da luoghi isolati (contro il 46% dei ragazzi) e una su cinque rinuncia a spostarsi da sola in taxi nelle ore notturne.

Non perché “qualcosa accade sempre”, ma perché potrebbe accadere. La paura diventa così una forma di regolazione quotidiana dei corpi, interiorizzata e normalizzata, e pratiche di auto-tutela come auto-censura, auto-limitazione e strategie di sopravvivenza diventano comuni. La metà delle ragazze condivide la posizione degli appuntamenti con un amico fidato quando esce da sola, mentre una percentuale simile adotta ulteriori strategie come fingere una telefonata o simulare l’attesa di un amico o di un genitore. In tutti questi casi, il divario di genere è evidente.

Educazione sessuo-affettiva: una responsabilità in cerca di autore

Sebbene la “teen-dating violence” abbia trovato terreno fertile nell’ambiente “onlife”, non è tutto negativo. I social possono anche contribuire a creare spazi di resistenza e dialogo, come osserva la sociologa Arianna Mainardi. Possono emergere microcomunità in grado di sostenersi e confrontarsi, riconoscendosi a vicenda.

Gli strumenti possono quindi essere neutralizzati e anche valorizzati. È necessaria, tuttavia, una figura educativa che insegni l’arte della consapevolezza. Al momento, l’educazione sessuo-affettiva rimane frammentaria e, soprattutto, non obbligatoria se il ddl del Ministro dell’istruzione Valditara dovesse passare al Senato così come approvato dalla Camera. Senza fondi aggiuntivi e senza programmi comuni, l’educazione è delegata alla discrezionalità di singoli istituti e famiglie (che devono firmare un consenso informato). Le stesse scuole e famiglie, come riscontrato da Save the Children, non sono sempre percepite come luoghi di sicurezza e fiducia dagli adolescenti.

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