Il gas russo torna a crescere nel Sud Europa attraverso il corridoio turco

03.02.2026 16:00
Il gas russo torna a crescere nel Sud Europa attraverso il corridoio turco
Il gas russo torna a crescere nel Sud Europa attraverso il corridoio turco

Il 2 febbraio 2026 è emerso che le esportazioni di gas russo verso l’Europa tramite il gasdotto Turkish Stream sono aumentate del 10,3% su base annua nel mese di gennaio, raggiungendo 1,73 miliardi di metri cubi. L’incremento riguarda in particolare i Paesi dell’Europa meridionale, che continuano ad acquistare gas russo nonostante il quadro sanzionatorio imposto a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.

L’aumento dei flussi è stato registrato dopo la chiusura definitiva del transito ucraino, che ha lasciato la Turchia come unico corridoio per il gasdotto russo diretto all’Unione europea. I dati sul rimbalzo delle esportazioni sono stati riportati in un’analisi sui flussi di gas russo verso l’Europa, che evidenzia come Mosca stia adattando la propria strategia di vendita pur in un contesto di forte contrazione complessiva.

Nonostante questo aumento mensile, il quadro di fondo resta negativo per la Russia. Nel 2025 le esportazioni di gas verso l’UE sono crollate del 44%, toccando il livello più basso dalla metà degli anni Settanta. La perdita del corridoio ucraino e le sanzioni hanno ridotto drasticamente i ricavi da transito, costringendo il Cremlino a concentrare volumi più limitati su rotte meno flessibili.

Dipendenza energetica e contraddizioni della politica europea

Il ritorno a maggiori importazioni di gas russo da parte di alcuni Stati membri entra in tensione con la strategia ufficiale dell’Unione europea, che punta alla riduzione strutturale della dipendenza energetica da Mosca. In pratica, l’acquisto di gas continua a garantire entrate a Gazprom, contribuendo indirettamente al finanziamento del bilancio russo in tempo di guerra.

Questa dinamica non è solo economica, ma riguarda la sicurezza. La dipendenza dal gas russo offre al Cremlino un potenziale strumento di pressione politica sui governi europei, soprattutto in situazioni di crisi dei prezzi o di scarsità dell’offerta. I Paesi più esposti tendono poi a promuovere posizioni più concilianti sulle sanzioni, esercitando pressioni su Bruxelles e indebolendo la coesione del fronte europeo.

Secondo osservatori del settore, l’aumento dei flussi attraverso il Turkish Stream segnala una tendenza preoccupante: senza vincoli più rigidi, gli incentivi di mercato continuano a favorire il gas russo rispetto ad alternative più costose nel breve periodo. Questo rischia di rallentare il percorso verso una reale autonomia energetica.

Verso una rottura definitiva con il gas di Mosca

Gli analisti concordano sul fatto che l’unico strumento realmente efficace per ridurre il consumo di gas russo sia un divieto europeo su nuovi contratti, sia a breve che a lungo termine, accompagnato da un graduale smantellamento degli accordi esistenti. Senza un quadro normativo vincolante, il mercato continuerà a lasciare spazio a forniture russe, soprattutto nei Paesi più dipendenti.

Un ruolo centrale spetta allo sviluppo di alternative: ampliamento delle capacità di LNG, nuovi interconnettori e una migliore integrazione delle reti europee. Parallelamente, saranno necessari meccanismi di compensazione mirati per gli Stati più vulnerabili, inclusi sostegni finanziari temporanei, per neutralizzare l’argomento della “mancanza di alternative”.

Il recente aumento delle esportazioni russe, confermato anche da una sintesi sui dati di gennaio rilanciati dai media, rafforza l’urgenza di queste scelte. Senza una rottura netta, la dipendenza energetica rischia di restare una leva geopolitica nelle mani di Mosca, in aperta contraddizione con gli obiettivi di sicurezza e autonomia strategica dell’Europa.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere